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Mal d'amianto, il pericolo nascosto
 
 
Il killer invisibile alla resa dei conti, ma la sentenza Eternit è solo l'inizio. Due rischi: suoli tossici e tumori ad orologeria
 
di Rita Giuseppone
 
Il più grande processo ambientale della storia. Così è stata definita la causa che vede imputati due ex dirigenti dell’Eternit Spa, l’ottantottenne barone belga Louis De Cartier De Marchienne e il sessantacinquenne Stephan Schimidheiy (il Bill Gates svizzero), accusati di disastro colposo e inosservanza delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Per loro il Pm Raffaele Guariniello della Procura di Torino ha chiesto 20 anni di carcere, al termine di un procedimento che in quasi tre anni ha visto coinvolti 3.000 testimoni, 50 enti e associazioni costituitisi parte civile, 850 faldoni, più di 2.200 decessi e 700 ammalati di patologie asbesto-correlate. Le vittime sono gli ex dipendenti dei quattro stabilimenti Eternit in Italia: Cavagnolo (Torino), Casale Monferrato (Alessandria), Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli.
Il pericolo nascosto. L’eternit è un composto di cemento e amianto usato per l’isolamento di tetti, edifici, navi, treni e materiale per l’edilizia fin dal primo decennio del ‘900. Solo negli anni ’60 (la Germania era al corrente del pericolo già dal 1943) furono riconosciuti in tutto il mondo i danni per l’organismo causati dall’inalazione delle fibre d’amianto, 1300 volte più sottili di un capello, anche se Schimidheiy insisteva nel dichiarare: “l’eternit non è pericoloso perché le fibre di asbesto sono incorporate nel prodotto”, così gli stabilimenti hanno smesso la produzione soltanto nel 1986.
La strage degli innocenti. Dal 1939 fino alla chiusura dello stabilimento di Bagnoli ben 317 lavoratori (su 2.336) sono morti per patologie legate all’esposizione all’amianto, mentre 150 sono ad oggi i soggetti ammalati, senza contare il pericolo che ancora corrono i familiari degli ex dipendenti (che per anni sono venuti a contatto con le fibre presenti sulle tute da lavoro) e gli abitanti delle zone circostanti. Purtroppo, dopo la dismissione degli indotti Ilva, Eternit e Cementir, la minaccia ha continuato ad espandersi: le società, infatti, si offrirono di riqualificare alcune aree circostanti con costi molto contenuti, anche grazie all’utilizzo di materiali nocivi ed altamente inquinanti, probabilmente la risulta delle ex fabbriche ormai chiuse. E’ il caso di Largo VII Luglio, nella zona di Acquamorta a Monte di Procida. Raimondo Mancino, ex consigliere della giunta Scotto di Perta, ha recentemente rivelato che, per far fronte alle spese di acquisto del materiale per il rifacimento dell’area antistante la spiaggetta, il Comune si affidò “in buona fede” alle società del polo Ilva, causando gravi danni ambientali e esponendo i cittadini ad un rischio tutt’ora permanente.
Il rischio area flegrea. Le zone di Bacoli e Monte di Procida sono tra quelle che presentano un’alta incidenza di tumori nell’area dell’hinterland napoletano. Qui i cittadini sono coinvolti da tempo in un braccio di ferro con l’amministrazione comunale per la bonifica del Labirinto di Dedalo e della Cava di Cappella, vasta area sottoposta a sequestro più di un anno fa per la presenza di amianto e rifiuti nocivi, anche se il sindaco Franco Iannuzzi ha ribadito più volte che non sussistono pericoli per la popolazione. Altra fonte di preoccupazione per i residenti è la Cava Lubrano, per la quale è stata già disposta una immediata bonifica ma i lavori tardano a partire.
L’amianto a scuola. Secondo i dati del Registro nazionale dei mesoteliomi, sarebbero 2.400 le scuole italiane in cui è ancora presente il minerale-killer. Un dato approssimativo, visto che in Italia ancora manca un’anagrafe dell’edilizia scolastica. Non resta che attenersi alle segnalazioni dai territori che ogni giorno svelano realtà sempre più inquietanti, come quella denunciata da Luigi Amato, consigliere della VII Municipalità (Miano-Secondigliano-S. Pietro a Patierno). «Abbiamo riscontrato che nel giardino della scuola elementare “Rosa Taddei” di via Lazio - ha dichiarato il consigliere con delega all’Edilizia scolastica - è presente una grossa caldaia in amianto, le cui fibre rappresentano un pericolo costante per i bambini. Due mesi fa abbiamo inoltrato una richiesta di rimozione e smaltimento all’organo di polizia ambientale, fino ad ora rimasta inevasa. Inoltre ci risulta - ha proseguito Amato - che anche nella scuola materna “Marta Russo” di via del Cassano ci siano alcune parti in amianto che non sono state né rimosse, né incapsulate in modo tale da renderle innocue”.
Nel 2011 sono state presentate più di 10 interrogazioni parlamentari sulle modalità di bonifica e smaltimento dell’amianto, l’ultima a firma del senatore Scillipoti, che però non hanno dato una svolta al problema. Intanto i malati di mesotelioma aspettano le decisioni del governo Monti in merito allo sblocco dei 50 milioni di euro stanziati dal governo Prodi e successivamente negati dal governo Berlusconi.
 
 
Asbesto, i dati della Spoon River italiana
 In Italia l’amianto uccide 3.000 persone ogni anno. Di queste, 1.200 muoiono per il mesotelioma, una neoplasia molto complessa da trattare, che nell’ 80% dei casi è letale. Nel 70% dei casi accertati l’esposizione è avvenuta per cause professionali. L’impiego dell’amianto nel nostro Paese è stato bandito 20 anni fa ma ad oggi ne restano nell’ambiente 5 quintali per ogni cittadino. Il Piemonte, con 200 nuovi malati l’anno, è la regione più colpita, seguono la Liguria, la Lombardia, l’Emilia Romagna ed il Veneto. In Campania nel 2001 il Consiglio regionale ha approvato un piano di sorveglianza sanitaria con la costituzione di specifiche “Unità Operative Amianto” negli ambiti territoriali delle Asl atte al censimento degli ex esposti al fine di consentire una diagnosi precoce nel caso dell’insorgenza di patologie asbesto correlate. Dai registri delle UOA emergono numeri inquietanti: 4.797 sono gli esposti a rischio nell’Asl Napoli 1, 4.240 nell’Asl Napoli 2 Nord e 2.772 nella Asl Napoli 3 Sud. Nelle altre province, Caserta fa registrare un numero di 459 esposti, mentre 141 sono i pazienti osservati dalla Asl di Salerno e 213 quelli delle Asl di Avellino e Benevento. Ben 11.809 sono gli esposti nell’area cittadina, che, sommati agli 813 pazienti osservati nelle altre province, costituiscono 12.622 soggetti esposti all’amianto in Campania, con 497 casi di malattia riscontrati fino ad oggi.

Bagnoli, bonifica infinita
Le operazioni di bonifica dell’area ex Eternit di Bagnoli (insieme a quella dell’area ex Italsider) di metà anni ’90 ad opera della società Bagnoli Spa sono state oggetto di diverse inchieste giudiziarie: in sei anni a fronte di un finanziamento di 400 miliardi di lire, la bonifica totale risultò essere solo del 30,35%, contrariamente a quanto dichiarato. Dal 2002 Bagnoli Futura, la nuova società di trasformazione urbana composta da Comune, Provincia e Regione, è subentrata per la bonifica dell’area (salvo per i suoli ex Cementir, non di proprietà del Comune) e dal 2006 ha smaltito 42.700 tonnellate di amianto nell’area ex Eternit. La recente querelle sulle preregate dell’America’s Cup, che inizialmente dovevano tenersi proprio a Bagnoli, ha acceso i riflettori sull’incompletezza della bonifica e su presunte irregolarità della stessa. Si attende il responso della procura, anche se il frettoloso spostamento della competizione sul lungomare Caracciolo dà da pensare. Lontano dal clamore dell’evento mediatico, Bagnoli e i suoi problemi ambientali rischiano di ripiombare nel dimenticatoio.
 
 
 
Lavoratori a rischio
In Italia l’utilizzo dell’amianto, sfruttato anche nella fabbricazione delle auto e delle tute ignifughe, è stato ufficialmente bandito nel 1992 con la legge numero 257. Da allora circa la metà dei 2.000 casi di tumori professionali denunciati all’Inail ogni anno sono neoplasie da asbesto, in gran parte mesoteliomi dell’apparato respiratorio. Le stime dell’Ispesl e del Cnr parlano di 32 milioni di tonnellate di onduline di cemento-amianto ancora presenti sul territorio nazionale. La bonifica, che dovrebbe essere regolata da piani specifici di cui pochissime regioni si sono dotate, può avvenire per rimozione, incapsulamento o confinamento. Procedure, soprattutto la prima, molto rischiose per gli operatori e per l’ambiente. Ciò determina il permanere del rischio per molte categorie professionali in tutto il Paese: nel settore trasporti si concentra ben il 25% delle neoplasie da asbesto indennizzate dall’Inail, mentre a Torino il pm Guariniello ha recentemente avviato un’inchiesta su 58 casi di vigili del fuoco deceduti per mesotelioma. Gli operai dell’Eni di Gela e quelli dell’ex Isochimica di Avellino stanno ancora lottando per ottenere verità e giustizia per i tanti lavoratori esposti incautamente al rischio. Anche la sede Rai di Torino è nell’occhio del ciclone per il decesso di un dirigente e altri quattro casi sospetti denunciati dal dottor Roberto Topino, specialista in medicina del lavoro, il quale ha calcolato che nel grattacielo di via Cernaia un dipendente Rai può respirare fino a 825 fibre di amianto ogni ora.
 
 
 
 
 
 
 
07 marzo 2012
 
 
 
 
 
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