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Franco Picardi, l'etica al potere
 
IL RICORDO
 
 
di Aldo De Francesco
 
“Sono figlio della borghesia operosa del profondo Sud, che ha visto sempre in Napoli, nella vecchia capitale, un sicuro riferimento professionale, culturale, accademico, di “eccellenze” e di opportunità. Ma sono anche figlio della guerra, di cui da adolescente ho visto orrori e tragedie, che mi hanno educato ai grandi valori della pace, della democrazia, della solidarietà, del socialismo democratico”, così piaceva raccontarsi Francesco Picardi, figura storica del socialismo democratico napoletano, ex sindaco di Napoli, da gennaio a marzo del 1984, scomparso il 12 febbraio scorso. Aveva 83 anni, entrato giovanissimo in politica, nel Partito d’Azione - dove ebbe come maestri Guido Dorso, uno dei padri del meridionalismo, autore della famosa “Rivoluzione Meridionale”, e Pasquale Schiano, figura storica dell’antifascismo napoletano- aderì poi al Partito Socialdemocratico. Il 13 Gennaio del 1947, il giorno della clamorosa scissione di Palazzo Barberini, che divise il partito socialista, era nel gruppo di Giuseppe Saragat, a rivendicare la scelta riformista contro il frontismo di Nenni e Togliatti, troppo a sinistra e filosovietica. Medico, giornalista- pubblicista , lasciò la sua redditizia professione per fare politica a tempo pieno, ritenendo tale attività un servizio da rendere al paese non un “hobby”. Eletto, per la prima volta, consigliere comunale del Psdi, nel 1970, lo sarà, poi, ininterrottamente fino al 1993; la sua popolarità politica è legata però a una coraggiosa e intensa esperienza amministrativa, come sindaco di Napoli, solo per pochi mesi. Caduta, nell’estate del 1983, dopo otto anni di governo della sinistra a Palazzo San Giacomo, la terza giunta Valenzi, per una serie di sfavorevoli circostanze: la lotta generazionale apertasi nel Pci, i rapporti sempre più complessi tra il Psi craxiano e il Pci di Enrico Berlinguer, Picardi, nel gennaio del 1984, ebbe il mandato da una coalizione di Pentapartito minoritario di trovare convergenze per l’approvazione del bilancio, scongiurando così un nuovo commissariamento e un ricorso alle urne, avutosi già pochi mesi prima. Il contesto di quegli anni era molto critico: in seguito alle dismissioni delle Partecipazioni Statali, a Napoli la disoccupazione raggiunse picchi drammatici, la escalation criminale rivelò contiguità con ambienti eversive che soffiavano sul fuoco del disagio sociale, mentre nelle politiche della ricostruzione del post-terremoto cominciarono ad emergere le prime evidenti anomalie e illegalità. Picardi raggiunse l’obiettivo dell’approvazione del bilancio non come aveva sperato con il voto del Pci, ma con quello dell’allora Msi- Dn. Di questo atto, istituzionalmente corretto e di grande responsabilità verso Napoli, ringraziò pubblicamente Giorgio Almirante, segretario nazionale e relatore in consiglio comunale sul documento economico, ma non potendolo accettare politicamente, per coerenza, si dimise subito da sindaco, ponendo fine alla sua giunta.
“Avrei potuto continuare- ha rivelato di recente nel suo libro intervista: “Il sindaco della prima Repubblica- avendo dalla mia parte leader nazionali e big di partito, che mi sollecitavano con energiche telefonate a tirare diritto, a far finta di nulla, ma avevo accettato l’incarico con un fine preciso: ricostruire un rapporto con il Pci, e, per nessuna ragione, avrei mai pensato di tradire quel mandato. Se lo avessi fatto, avrei offeso la mia coscienza di cittadino e di politico”. Parole che ne confermano, oltre ogni altro comportamento, il profilo etico e morale. Il suo rammarico maggiore di socialista riformista per la fine di questa esperienza venne dal deludente atteggiamento assunto dal Partito Comunista Napoletano che, suo avviso, per calcoli elettoralistici non si assunse precise responsabilità, preferendo scegliere la strada del comodo disimpegno.
Nonostante l’esiguo tempo a disposizione, Picardi riuscì a far approvare il bilancio, a scongiurare una crisi amministrativa senza fine, a risollevare le finanze del Comune, grazie al sostegno diretto e tempestivo del governo Goria: il suo impegno fu decisivo per il completamento della Tangenziale e del Centro Direzionale. Carattere estroverso e cordiale, portato alla mediazione ma fermo e saldo nei principi, è stato segretario cittadino e membro del Consiglio nazionale dello Sdi, ma solo per poco. Quando si accorse che le scelte delle formazioni, cui aveva accordato fiducia cominciavano a non collimare con quelle sue, della socialdemocrazia europea ed europeista- la fede di una vita mai tradita- ne prese subito le distanze con civiltà e rispetto. Cultore e studioso di meridionalismo- mai dimentico della lezione di Dorso- il suo primo maestro, del quale era stato “piccolo scrivano” all’Angiporto Galleria - fu componente prima della Casmez, e poi, dopo la sua soppressione, del Comitato di Gestione dell’Agenzia per la promozione e lo sviluppo del Mezzogiorno. Anni di grande impegno, in cui si rafforzarono, per comuni vocazioni e sensibilità, i suoi legami di amicizia con Giuseppe Galasso e Giorgio Napolitano, verso i quali dichiarava e mostrava di avere profonda stima e ammirazione. Ogni qualvolta ebbe l’opportunità per farlo, li raggiungeva per un semplice saluto, un breve e intenso scambio di impressioni. Scompare con Picardi una figura limpida, di primo piano, un amministratore esemplare, un cittadino del profondo Sud, che era riuscito a integrarsi e legittimarsi nella “Napoli nobilissima”, per dignità, onestà, intelligenza, lontano dalla cosiddetta “circolarità autoreferenziale partenopea”, e, per questo, dovunque apprezzato e amato.
 
 
 
07 marzo 2012
 
 
 
 
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