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Torre Annunziata: l'ultima notte di un anno e di una vita
 
 
Carmela Sermino racconta la tragica storia di suo marito, Giuseppe Veropalumbo, colpito a morte da un proiettile vagante durante il Capodanno di quattro anni fa
 
di Vincenzo Sbrizzi
 
Quando telefonai a Carmela Sermino per chiederle di raccontare la sua storia mi rispose subito di sì. Di solito per un giornalista è sempre imbarazzante chiedere un'intervista per far raccontare una storia come quella di Carmela. Dall'altra parte trovi sempre un minimo di diffidenza, di normale autodifesa. E invece quando le telefonai non fu così. Mi chiese addirittura quando io ero disponibile. Decidemmo di vederci dopo pochi giorni. Era di sabato mattina. Estate inoltrata, una calda mattina di luglio. Carmela aveva lasciato la sua casa e si era trasferita a casa dei suoi genitori. Non ce la faceva a stare nella stessa casa dove aveva perso il marito. I suoi abitavano nello stesso quartiere di Torre Annunziata, quello che viene chiamato il “Quadrilatero delle Carceri”, nel centro storico della città ai piedi del Vesuvio, circa un centinaio di metri più a sud in un parco con tre palazzine. Un parco che è lì da sempre ma che io non avevo mai visto. Nascosto dietro un grattacielo di undici piani, proprio quello dove viveva Carmela con suo marito Giuseppe. Avevo 26 anni, abitavo a cinquecento metri da quel punto ma io quel parco non l'avevo mai potuto vedere.
Mi sorprese come in tutto il degrado circostante quel complesso di poche palazzine fosse immerso nel verde. In mezzo a case dilaniate da un terremoto devastante di trenta anni prima, che non erano mai state abbattute e ricostruite, c'era un vero e proprio polmone verde. Salii, Carmela mi accolse e mi portò nel salone. Iniziammo, c'era ben poco da spiegare. Carmela sapeva perfettamente di cosa volevo parlare. Le chiesi di raccontare la sua storia come se nessuno la conoscesse, come se non fosse un fatto di cronaca tristemente noto a Napoli e provincia. Lei mi disse «va bene» e cominciò a parlare. «Sono Carmela Sermino, sono di Torre Annunziata e fino a poco tempo fa ero sposata con Giuseppe Veropalumbo. Ho detto ero perché il caso, la fatalità, il destino ha voluto che lui non fosse più in vita. Mio marito è morto a causa di balordi la notte tra il 31 dicembre 2007 e il 1 gennaio 2008. Mentre stavamo festeggiando l'arrivo del nuovo anno, stavamo sparecchiando, io mi accingevo ad andare a fare il caffè e si aspettava la mezzanotte, ebbene da quel momento è cambiata la mia vita. È cambiata la vita di mia figlia che in quel momento aveva quattordici mesi. Ci siamo trovati in una realtà a noi sconosciuta. Ho dovuto combattere tra la burocrazia, il vivere quotidiano, la sofferenza per andare avanti e dare un futuro a mia figlia Ludovica» - le sue mani mentre parlava non smettevano di muoversi vorticosamente. A volte le mancavano le parole e per trovarle si strizzava gli occhi in un gesto a metà tra la ricerca della concentrazione e il trattenere le lacrime. Mi chiese di aspettare un attimo e poi ricominciò - «tuttora le persone che hanno commesso questo delitto sono rimaste impunite. Non si sa un nome, non si sa la loro identità e forse non si saprà mai perché a Torre Annunziata c'è un velo di omertà e nessuno sa niente e nessuno ha visto niente. Gli investigatori stanno continuando a lavorare su questo caso. Lo devono sia a mio marito che era una bravissima persona e sia alla piccola Ludovica. Verrà a sapere della morte del padre ma non verrà mai a sapere chi è stato» - a quel punto io le chiesi la piccola cosa diceva e se parlasse mai del padre e lei - «Ludovica era molto legata al padre. Anche se era molto piccola abbiamo passato un brutto momento perché era diventata inappetente, non parlava più, era sempre nervosa e quando vedeva le persone si agitava e piangeva. Poi piano piano si è un po’ rasserenata e adesso sta cominciando a capire la figura maschile, il padre. E a volte, magari guarda le foto e mi chiede perché papà non c’è più? È terribile questa cosa perché io non so come dire e non vorrei colpire troppo la sua sensibilità. Allora le racconto degli angeli che giocano con lui e che comunque lui la guarda dal cielo e lei alza gli occhi al cielo e gli manda il bacetto». Ci sono momenti nel corso di un’intervista che vorresti che non venissero mai. Questo è stato uno di quei momenti. Avrei preferito bloccare tutto e dire basta così. Poi però pensi che, nonostante gli occhi lucidi di chi hai difronte valga la pena raccontare certe storie. Ti fai forza, rallenti un attimo e poi continui con una domanda. Le chiesi se credeva che verranno mai trovati gli assassini di suo marito. «Io posso dirti che spero solo di sì. Fino a quando avrò gli occhi aperti e la salute per farlo farò di tutto perché la storia di mio marito non venga dimenticata» - allora io le chiesi di questa usanza di festeggiare sparando, cosa usuale qui - «succede ogni anno anche se forse mai come quell'anno. Qui in zona il 31 dicembre è il far west, Baghdad. Anziché festeggiare ti devi chiudere dentro e aspettare che finisca. È successo anche altre volte e anche quest'anno so che un ragazzo è rimasto ucciso. Nel mio caso è difficile stabilire chi è stato. Si è capito il punto da dove è partito il colpo, un palazzo del quadrilatero, ma chi c'era su quel palazzo, no».
Allora le chiesi un’altra cosa che mi aveva colpito molto. Nonostante l'accaduto non le era stato riconosciuto lo status di vittima di camorra. Per me era chiaro che chi aveva sparato era un camorrista e, visto da dove era partito il colpo, lo era ancora di più. «Non mi è stato ancora riconosciuto ma posso dirti una cosa: io abito in questo quartiere, ho sempre abitato qui e non ho una pistola. La pistola chi può averla? Solo un malvivente. Altrimenti chi è che tiene una pistola in casa? Solo un camorrista o un criminale. Se poi dobbiamo avere tutti la pistola in casa, ce lo dicano e la compriamo. Ma che vita è? Io vedo ragazzini che hanno come miti “loro”. Il grande mafioso, il grande camorrista. Vedo questi bambini e penso alla mostruosità che c'è dietro a questa cosa. Sin da piccola mi sono sempre incantata a guardare le foto di Falcone e Borsellino. Le ho sempre considerate come delle immagini cristiane. Ho sempre avuto una grande ammirazione per quello che hanno creato e per quanto ancora avrebbero potuto fare. Purtroppo mi guardo intorno e vedo che non è così per molti ragazzi». Mi restava solo una domanda. Volevo solo chiedere a Carmela se a distanza di quattro anni si parlava ancora di suo marito, della sua storia. «Sì se ne parla perché è una cosa che ha scosso anche la gente comune. Ha colpito la sensibilità delle persone e il caso Veropalumbo è entrato in molte case. E sì ci sono persone che pregano che venga fuori qualcosa, che venga fatta giustizia. Che tutto cambi, che in base a questa esperienza le cose cambino». Non avevo preparato domande, né una scaletta, niente. Decisi che bastava così. La storia c’era, il messaggio anche.
 
 
Vittime del silenzio
Giuseppe Veropalumbo è stato assassinato da un proiettile vagante esploso la notte di capodanno del 2008. Aveva 30 anni e faceva il meccanico. Era a tavola con i parenti quando il proiettile lo raggiunse colpendolo mortalmente alla nuca. Lasciò la moglie Carmela e la figlia Ludovica di soli 14 mesi. Sono trascorsi quattro anni da quel delitto e non sono stati trovati i responsabili di quel delitto. Gli investigatori sono riusciti solo a scoprire che il proiettile è partito dalla roccaforte del clan Gionta di Torre Annunziata. Il giorno dopo vennero ritrovati 600 bossoli di vario calibro a terra nei pressi del rione.
A Carmela non è stato riconosciuto ancora lo stato di vittima della criminalità e le sue richieste di audizione inoltrate al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non sono mai state esaudite. Carmela non ha un lavoro stabile e ha lasciato Torre Annunziata.
 
 
08 marzo 2012
 
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