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Villa Rosebery, la reggia dei presidenti
 
 
Vittorio Paliotti ripercorre dalla monarchia alla Repubblica i misteri della piccola reggia, oggi residenza dei capi di Stato
 
di Aldo De Francesco
 
Da quando, da venti anni a questa parte, i Presidenti della Repubblica - in principio Cossiga, poi Scalfaro, Ciampi, e buon ultimo, Napolitano, ma questo era comprensibile - folgorarti da travolgente passione, hanno scelto Napoli nei loro brevi “weekend”, accolti da graditissimi bagni di folla - una “Pizza Margherita” da Brandi, un caffè al Gambrinus - è tornata alla ribalta Villa Rosebery, residenza presidenziale estiva di Posillipo. Considerando i periodi dei soggiorni - in prevalenza la settimana tra Capodanno e l’Epifania - la villa, da residenza estiva, è diventata po’ residenza natalizia: occasione per gli illustri inquilini del Colle di approfondire, accanto al caminetto, nel corso di “visite di cortesia” e di “cene di lavoro” con i rappresentanti delle istituzioni locali, le grane di Napoli e cercare di avviarle a soluzione. Attese - è il caso di ricordarlo - totalmente deluse da molti commensali, visto come sono andate le cose.
Tutto questo, argomento di dettagliati resoconti, reportage giornalistici e televisivi, di note di colore e di costume, anche per i “blitz” del Colle sempre più frequenti, da “repubblica presidenziale”, ha reso Villa Rosebery molto popolare e familiare non solo ai Napoletani ma anche al resto del Paese. Ne mancava, però, il profilo di una storia documentata, diciamo pure accattivante - di cui si sentiva la necessità - che ricostruisse l’anagrafe, i natali della residenza, non riducendosi a rappresentare, per il posto splendido dove sorge, soltanto un elenco di date, di rogiti notarili e di visite istituzionali.
Chi poteva ricostruirne la storia con affabulante narrazione se non Vittorio Paliotti? Scrittore, giornalista, commediografo, tra gli ultimi e sinceri innamorati di Napoli, di un innamoramento declamato e dimostrato con opere fondamentali, non da “mordi e fuggi”. L’auspicio è oggi realtà. Con un pregevole opera dal titolo: “I Misteri di Villa Rosebery” e il sottotitolo: sovrani, principi, banchieri, milord e belle donne a Napoli nella residenza che oggi è dei presidenti della repubblica” (Stamperia del Valentino), Paliotti non solo colma una lacuna ma, con gradevole linguaggio e ricchezza di notizie, ci dona il piacere di un viaggio, è il caso di dire, sospeso tra mito e storia, da Omero a Virgilio, da Vedio Pollione a Napolitano. Narratore scrupoloso di folgoranti accensioni nel descrivere personaggi e luoghi, di cui non gli sfugge nulla, gli basta una piccola traccia, per fargli riannodare i fili di piccole e grandi storie. Stavolta la traccia risale al 1779 e porta a un giovane e spavaldo conte austriaco Ioseph Thurn Valvassina, ufficiale di Marina, al seguito di Lord Acton. Sono i giorni in cui Ferdinando IV è infuriato per il voltafaccia dell’ammiraglio Caracciolo, passato al fronte opposto e Von Thurn, chiamato a presiedere il tribunale speciale per giudicarne il comportamento, asseconda i disegni del re, che vuole e ottiene la condanna a morte del suo valoroso ex ammiraglio. Questa operazione ha un prezzo - tremila ducati - che il giovane e spregiudicato ufficiale, mandato all’inferno dai liberali, incassa e spende per assicurarsi un pezzo di paradiso a Capo Posillipo, primo nucleo della futura Villa Rosebery. Animatrice risolutiva però della prestigiosa svolta - architettonica, gentilizia e mondana - della villa è la successiva proprietaria, la raffinatissima principessa Maria Antonietta di Gerace: è lei che, con il contributo di due geniali architetti Stefano e Luigi Gasse, la fa trasformare in una piccola e accattivante reggia, destinata a suscitare gelosie e ammirazione. Dopo il rinascimento nel segno esclusivo e gentile della principessa di Gerace, la villa acquistata da Luigi di Borbone - fratello di Ferdinando II, zio (disamorato) di Francesco II, cioè Franceschiello - la cui sfrontatezza non ha confini, ha ben altro destino. Diventa atelier e ribalta di feste osée, nature morte e “tableaux vivant”, molto spesso pittoresca, immaginabile “garconnier” per “bunga bunga” regali in una Napoli, antesignana di aristocratiche “escort internazionali”. Don Luigi oberato però di debiti, alla distanza deve prendere il largo, non senza aver prima ceduto la villa a un finanziare e banchiere internazionale Gustave Delahante, che vi dimorerà fino al 1897. Venuto in Italia negli anni della ricostruzione post unitaria, allettato da “promesse di commesse” corpose nel campo ferroviario, ci riesce, ma non come avrebbe desiderato; e così deluso lascia Napoli per sempre. Siamo verso la fine dell’Ottocento, Delahante cede tutto ad Archibald Philip Primrose, quinto conte di Rosebery, da cui prenderà nome la villa e la sua vivacissima storia. Ma non è finita, nel 1932, la villa per volontà testamentaria del Conte, è offerta in dono a Mussolini, che la cede immediatamente allo Stato. Se questa è la scintillante e rigorosa cronaca di eccellenti successioni, raccontata con guizzi di curiosità stupefacenti, il merito ulteriore di Paliotti è nell’ aver saputo ricostruire, come pochi altri, il poche e succose pagine il tormentato dramma dinastico dei Savoia, che si consumò in questa villa, nell’aprile del 1944 con la luogotenenza di Umberto e poi, nel maggio 1946, con la definitiva abdicazione di Re Vittorio Emanuele III. Tutto vano e conclusosi con l’epilogo dell’ esilio, già scritto e preconizzato. Non è superfluo aggiungere che, per la misura, il rispetto e l’obiettività con cui sono state narrate delicate pagine della nostra storia, quest’opera meriterebbe di essere letta a scuola e nei “palazzi”. A discenti, docenti e classe dirigente.
 
 
08 marzo 2012
 
 
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