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La gobba di Marotta
 
 
Napoli continua a snobbare l’autore de “L’oro di Napoli” che la critica relegò nel girone dei bozzettisti
 
di Max De Francesco
 
Cinquantotto anni fa usciva sul grande schermo L’oro di Napoli, regia di Vittorio De Sica, con la Loren nel ruolo di una focosa pizzaiola ed Eduardo nei panni di don Ersilio, venditore di saggezza e maestro nell’arte del «pernac-chio». Di questa pellicola, che meglio di altre «ferma» Napoli e la napoletanità, si celebrano gli attori - tra cui Totò, Paolo Stoppa, Silvana Mangano e lo stesso De Sica - ma si snobba, colpevolmente, chi fu lo sceneggiatore del film e l’autore del libro che ispirò il cineasta ciociaro. Il suo nome era Giuseppe Marotta, ma in redazione lo chiamavano don Peppino. Il 5 aprile cadono i centodieci anni dalla sua nascita, mentre nel 2013 ricorreranno i cinquant’anni dalla morte. Temiamo che, in una città alla rincorsa di grandi eventi e miti altrui, pochi ricorderanno degnamente uno dei più grandi scrittori italiani.
Per fare il giornalista Marotta lasciò mare e sole ed emigrò a Milano. Cominciò come correttore di bozze e dattilografo, i suoi racconti furono pubblicati sui periodici di Arnoldo Mondadori e su quelli di Angelo Rizzoli; Aldo Borrelli, direttore del Corriere della Sera, conquistato dalla sua invidiabile prosa, lo precettò e accolse i suoi elzeviri. Proprio sul Corriere, pubblicò i 36 racconti che nel 1947 furono raccolti da Bompiani nel libro L’oro di Napoli. L’opera andò a ruba, anche se la critica ufficiale, per sminuirne il valore, declassò lo scrittore partenopeo nel girone dei bozzettisti. E don Peppino soffriva e s’infuriava: in cuor suo sapeva che quelle pagine rappresentavano il vero volto di Napoli, con tutte le sue maschere non d’ipocrisia, ma di antica spontaneità.
Marotta capì che Napoli è un Gran Teatro dove nessuno ama accomodarsi in platea. Divenne, così, cronista imbattibile di quel «protagonismo» partenopeo, involontario perché innato, unico perché creativo, che nasceva soprattutto da un’inguaribile brama di vivere, da un’ansia lirica contagiosa.
Mario Stefanile in Labirinto napoletano scrisse: «Marotta con l’Oro di Napoli inventa la varietà della vita napoletana, il pullulante e fermentante mondo di una plebe fattasi protagonista di grandi fatti umani: insieme legati, senza rancore, senza risentimento, quasi per gioco, com’è nel costume napoletano: e la stessa irresponsabilità, il fatalismo, la rassegnazione, l’intreccio tra paganesimo e cattolicesimo, tra generosità e calcolo, tra spacconeria e umiltà, tra curiosità e indifferenza Marotta li narra e li riferisce ai suoi personaggi con quel particolare distacco che in lui diventa lirica ironia». Emblematico, a tal proposito, è il racconto d’apertura de L’oro di Napoli, in cui è narrata la vita di Ignazio Ziviello. L’eroe, gobbo e iellato, possiede il talento di sbarcare il lunario e raggirare le zingarate del destino. La natura gli consegnò «una specie di ricciolo alla spina dorsale, che sviluppandosi assunse la forma e la con-sistenza di uno zaino pieno di sassi».
Il gobbo di Mergellina ingegna le più strampalate ed eroiche soluzioni per «la campata»: da venditore di lupini a suonatore di un pianino ambulante, da confezionatore di fuochi artificiali a portinaio, da chitarrista nei festini nuziali a maestro di musica nella buca di una bomba. Proprio così: il bombardamento del 1943 spazzò via il «basso» di don Ignazio che, figuriamoci, pur di non allontanarsi dai suoi allievi, trovò alloggio nella buca prodotta da una bomba, «improvvisandovi un tetto di lamiera». La Napoli di Ziviello ignorava la filosofia del piagnisteo, la strategia della supplica: non v’era sventura che non fosse smorzata da un incrollabile sorriso. Nell’attesa che gli venga assegnata una nuova dentiera - necessaria per fumare la pipa - don Ignazio, tra spartiti e lamiere, a bocca vuota, ricomincia a sorridere: «Ciò è molto importante - è scritto nel finale del racconto -, suggerisce qualche considerazione…La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza... Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l’origine nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline, in tutti i pericoli che qui insidiavano la vita umana; è l’oro di Napoli questa pazienza». Non v’è personaggio che non somigli al suo autore: don Peppino Marotta aveva la stoffa di don Ignazio Ziviello. Visse in un «basso» del vico Sant’Agostino degli Scalzi; conobbe «la bella fame»; per far quadrare i conti affrontò la fatica di mille lavori. Tra fogli bianchi, acciacchi e notti insonni «per dare alla polpa della lingua le ossa del dialetto o viceversa, e per far sì che nulla s’adagi e dorma», fu un fuochista della parola che si tormentava, ore e ore, nella strenua lima di un periodo esplosivo. Indro Montanelli, in un articolo, racconterà le levatacce di quell’omone grande e grosso che inseguiva sul foglio un aggettivo come se fosse «una femmina corteggiata assai». La Napoli marottiana era dorata, positiva, ammalata di dolcezza, fiera: sette volte cadeva e otto si rialzava. Un’altra città, un’altra letteratura. Mori l’ottobre del 1963, dopo una vita da fantasista della pagina, lo stesso giorno di Jean Cocteau ed Edith Piaf. Mai giorno fu più scalognato per congedarsi: i giornali preferirono Parigi al suo amato rione Pallonetto. A distanza di anni, Napoli continua a snobbarlo. Un destino assurdo, un’ingratitudine imperdonabile. Una volta disse che come Atlante reggeva sulle spalle il mondo delle infermità, delle disillusioni e delle malinconie. La sua gobba, il suo zaino pieno di sassi.
 
 
27 marzo 2012
 
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