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"Freddoro", il governatore che raffredda le platee
 
 

Il timoniere di Palazzo Santa Lucia è in guerra con il Pdl. Tra sirene socialiste e ammiccamenti al Terzo Polo, medita un suo partito

 

di Max De Francesco
 
Timido come un leprotto, riservato come un posto a teatro, slanciato come un beverino, una sigaretta ogni tanto per smaltire il nervoso, una moglie che ricerca con successo, un padre socialista che contava così tanto da finire nei pensieri della Cia, oratoria fluente ma priva di cuore, tracce minime di carisma, una missione nel cassetto: smontare il Popolo della Libertà. Stefano Caldoro, 51 primavere riformiste, sudista di fresca autonomina, già due inverni trascorsi alla guida di una Regione consegnatagli da Bassolino con un debito di oltre 11 miliardi di euro, è chiamato, in una politica senza più appeal e segnaletica, a scegliere una direzione. Aspettare, nell’ombra del comando, che crolli il Pdl e danzare sulle sue macerie o imboccare da subito la via socialista vestendo i panni di leader moderato e meridionalista? Scegliere la scorciatoia democristiana, abbracciando definitivamente croce, casini e caltagironi o cavalcare l’onda arancione affiancando in un patto per il bene comune il surfista de Magistris e quel che resta del Partito democratico?
Cosa voglia fare da grande Caldoro non si è ancora capito ma, almeno, dopo i congressi del Pdl, appare chiaro che non voglia essere più un pidiellino. Soprattutto se si aggira ancora nel partito, seppur dietro le quinte, l’ex coordinatore regionale Nicola Cosentino che, secondo i magistrati, architettò una strategia di dossieraggio a sfondo sessuale per screditare Caldoro e costringerlo ad abbandonare la competizione regionale del 2010. Negli attici del potere il registro degli affronti subiti è sempre aggiornato. Non è un caso, quindi, se, più che mille dichiarazioni rilasciate qua e là sui giornali tra desideri terzopolisti e previsioni disgreganti («Nel partito prevalgono posizioni difensive che non potranno reggere all’urto del cambiamento»), la rottura politica (e umana) di Caldoro con il Pdl sia, invece, sintetizzabile in due reazioni: il fastidio del governatore per la standing ovation ricevuta al congresso provinciale da Cosentino dopo un vibrante intervento e la decisione di chiedere un risarcimento simbolico di tre euro e di essersi costituito parte civile al processo contro l’ex coordinatore. «Spero - ha detto Caldoro - che anche il partito, gravemente danneggiato da quel falso dossier, mi segua».
Questione di applausometro e di resa dei conti: la politica è soprattutto questo. Dalle giornate congressuali di marzo più che un partito rinnovato (confermato come coordinatore provinciale il pigliatutto Luigi Cesaro ed eletto come segretario cittadino il germoglio Amedeo Laboccetta) esce un governatore provato dal fuoco amico (vedi anche il recente documento dei 21 parlamentari campani contro Caldoro, reo di aver attaccato gli eletti pidiellini per l’azione debole in difesa degli interessi del Sud) tanto da abbandonare le sue collaudate esternazioni e sfidare “a duello”, dopo un battibecco su quanto alta fosse la febbre antigiudici nel partito, il commissario regionale del Pdl Francesco Nitto Palma, inviato a Napoli per decifrare il partito dei berluscones e stanare le intenzioni caldoriane sia in chiave rimpasto regionale sia sul nodo Udc in vista anche delle elezioni amministrative che si terranno a maggio in 21 Comuni dell’area metropolitana. Il duello, per la cronaca, è finito a scaramucce e pistole di cioccolata: nessuna pace, una precaria tregua e il ritorno a un linguaggio da governatore diligente: «Buon governo, lotta alla camorra, difesa degli interessi del Sud: queste sono le vere priorità, ciò che sta a cuore ai cittadini e al territorio: il resto è distrazione, beati loro che pensano a cose amene”.
Quanto forte sia in termini elettorali il riformista Caldoro senza il Pdl è un mistero, di sicuro l’incertezza dello scenario politico semina risvegli d’affinità e soluzioni fantasiose. I primi provengono dal coordinatore nazionale del Partito socialista Marco Di Lello che ha tuonato: “è ora che i simili tornino con i simili e che Caldoro si liberi della zavorra pidiellina. I cittadini lo hanno eletto: risponda unicamente a loro». Per le seconde, invece, ne suggeriamo una: la formazione del PdF, che sta per «Partito di Freddoro». Dopo la svolta del predellino arriva quella del frigorifero. In questi due anni e passa come timoniere di Palazzo Santa Lucia, Caldoro, dopo aver “ibernato” lo sviluppo vuoi per l’eredità agghiacciante del bassolinismo vuoi per l’assenza di una forza progettuale, si è presentato al popolo per com’è: Freddoro. Caloroso per niente, cultore di un riserbo da Prima Repubblica, si è confermato negli ultimi congressi, seppur “giocati fuori casa”, come il governatore che raffredda le platee. Parla, ma non arriva. Studia ma non conquista. Dicono che la sua blanda comunicazione rispecchi il suo carattere schivo e sia esclusivamente una scelta tattica. A giovarsene è il sindaco piacione de Magistris che, per il momento, non ha antagonisti allo specchio. Freddoro, invisibile di giorno, è organizzatore accanito di giunte notturne; nei suoi eloqui il richiamo ai cittadini è costante, ma tra la gente non ama bazzicare. Il PdF è il suo partito personale: ce l’hanno tutti, perché lui no? Un movimento-software di uomini freddi, un po’ riformisti e un po’ lobbisti. Per la discesa in campo il PdF punta al gelo sulle gradinate. Tra le idee vincenti un bonus alle famiglie che al mare preferiscono la settimana bianca. Per il comitato direttivo la scelta ricadrà solo su chi ha la neve in tasca. Scorrendo lo statuto del PdF, annotiamo un paradosso: espulsione dal movimento per chi si cimenta in freddure.
 
 
 
 
 
04 aprile 2012
 
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