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Cent'anni di inettitudine. Cittą al palo
 
 
Piano Regolatore: tutto da rifare. Parola di Massimo Rosi e suo figlio Riccardo
"Basta coi passi falsi: a Barcellona vincono le idee, a Napoli si naviga a vista"

di Alvaro Mirabelli
 
Non è un paese per architetti: loro in città progettano da una vita: ma poi i piani di rifondazione restano nel cassetto. E così alla fine l’impressione è che facciano solo accademia e convegni. Massimo Rosi, decano della professione, e suo figlio Riccardo affondano il bisturi nella città che non cresce.
Napoli, città immobile: perché non si sposta una pietra?
Sa qual è il punto? Le leggi che non vanno. Nessuno celebra la morte dell’urbanistica in questa città ma è un fatto che se fa acqua persino il Piano regolatore, che è lo strumento principe per elaborare le nuove identità del territorio, allora stiamo freschi. Da noi, cioè, è successo quello che non doveva succedere: la cifra del nostro attuale Piano Regolatore è quella di un regolamento edilizio. Altrove quello urbanistico è un documento di grande respiro, qui è un vademecum di regole che disciplina i comportamenti esecutivi. E così, quando si discute su come rifare la città, manca la cosa fondamentale: la politica dei progetti. Se va bene, ci si riduce a interventi tampone, figli di logiche asfittiche: si procede per lifting parziali quando in realtà ogni quartiere di Napoli richiederebbe un Piano su misura. I grandi interventi? Quelli nemmeno decollano. Non lo scopriamo noi che, sul piano del recupero dell’esistente o della nuova edilizia, tutto è fermo tragicamente da decenni.
Con gli architetti puntualmente fuori dai giochi, se si eccettua qualche brandello di territorio da riqualificare qua e là: micro-operazioni di decoro urbano, in sostanza. Non è frustrante?
Purtroppo sì. Soprattutto se, come nel caso del nostro Studio, progettiamo grandi scenari in grado di cambiare il volto logoro della metropoli. In una parola: idee, quelle che altrove, in Europa e nel mondo, gli architetti propongono agli amministratori per essere puntualmente accolte, e che qui sono snobbate come esercizi di calligrafia intellettuale. Dura da digerire. E, quindi, sì: fermi, immobili. Basti pensare che l’ultimo grande progetto esecutivo in città, firmato da Enrico Alvino, fu quello su Chiaia a metà ‘800. In seguito, a fine ‘800, si è attuato in parte il famoso Risanamento. E per onestà storica va aggiunta la grande operazione urbanistica, condotta in era fascista, con la nascita di Fuorigrotta e della Mostra d’Oltremare: le ultime volte che si è pensato e agito in grande. Del resto all’epoca sono state realizzate dal nulla intere città, vedi Latina, che furono un esempio in Europa. Ed è passato poco meno di un secolo. Ma ci vuole una dittatura per schiodare la città dall’inerzia?
E il Centro Direzionale? Quello non conta?
Il Centro Direzionale è un esempio di urbanistica deteriore. Uno spaccato desolante di omologazione a certa impersonale estetica internazionale. Avesse almeno funzionato! E invece stagna nell’abbandono: un cimitero. Niente da fare: Napoli non impara. Saranno vent’anni che la città ha sotto gli occhi l’esempio, ormai persino abusato, di Barcellona, una soluzione a portata di mano all’altro capo del Mediterraneo. Fin troppo facile additarla a modello virtuoso, ma è un fatto che lì la mossa vincente è quella citata prima: microprogetti inquadrati in un disegno generale e attuati tutti, fino in fondo. Nella capitale catalana, ad esempio, si è cominciato col recupero sistematico di tutte le piazzette del Centro Storico, tra l‘altro affidate a giovani architetti. Poi si è mirato in alto col ridisegno del Lungomare, che era in pieno degrado, da Barceloneta a Montiujc. Il tutto a dimostrazione lampante che, in Catalogna, il Piano Regolatore era ed è al servizio di un’idea di fondo. E non è stato un exploit: a Barcellona c’è continuità urbanistica da almeno 150 anni. Da noi invece prevale la pseudourbanistica della contabilità: vincono quantità, quadrature e cubature. Le idee? Un dettaglio secondario.
Giusto per non fare della metafisica: come si traduce tutto questo in concreto?
Scegliendo princìpi ispiratori di fondo: e tocca alle istituzioni. In pratica, non ci si parli di turismo quando si assiste all’azzeramento della Circumvesuviana. O quando si impone una mega ZTL solo a furia di divieti e senza precondizioni come i parcheggi interrati. O quando si permette che la baraccopoli degli anni ’50 in via Marina riemerga sinistramente adesso. O ancora quando non si innesca una grande riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, quello monumentale e quello abitativo, visto che, e lo dicono i geologi, il 90% di questo patrimonio è a rischio dissesto. Il tutto ovviamente nel segno della legalità più rigorosa perché questione morale e urbanistica sono saldate.
E' un’allusione al risanamento del Centro Storico i cui fondi sono sulla rampa di lancio?
Certo. Lì conviene puntare su un numero limitato di manufatti di pregio, ma a patto di restaurarli da cima a fondo. Basta, cioè, con gli interventi-spezzatino: oggi la facciata, e chissà quando le fondamenta o gli interni. E una direttrice possibile può essere la Napoli del ‘400, recuperando magari Palazzo del Panormita, Palazzo Carafa di Montorio, Palazzo Carafa di Maddaloni, Palazzo Penne etc. 100 milioni in arrivo? Beh, speriamo che al recupero dell’area Unesco, decumani e dintorni, presieda un criterio unificante, un’idea di messa a sistema. Perché francamente non si può navigare a vista. Però, pensando ai precedenti, mi vengono i brividi.
Ha i brividi anche se si parla di Napoli Est e Napoli Ovest?
Anche peggio. A Bagnoli si pianifica il recupero, lasciando in piedi il gravissimo nodo ambientale. Il Comune tenta disperatamente di vendere i suoli edificabili dell’ex Italsider e gli investitori nemmeno si accostano. E intanto i frequentatori più assidui, ormai, sono i giudici. Ma è possibile? E poi c’è l’area Est dove le iniziative sono in stand-by. Lì si parla di poli informatici: va bene ma è poco. Se non si riducono i paletti normativi della variante, lo stallo è garantito: e invece anche lì serve edilizia residenziale, magari ecocompatibile, pannelli solari e così via. Comunque, a Est e a Ovest è vietato sbagliare: sono le porte per la grande città metropolitana che è il futuro.
Massimo e Riccardo Rosi: ovvero l’architettura di padre in figlio. Siate sinceri: ma quanto ci credete in una rinascita napoletana?
Ci crediamo, ma intanto, come Ferdinando Russo, ci chiediamo perché “questa città è finita sempre nelle mani di amministratori manchevoli”.
 
 
 
 
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