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Caizzi: "Torno a Napoli per quel sogno a via Margutta"
 
 
Dopo 26 anni trascorsi a Roma, Lucio Caizzi, comico doc innamorato di Woody Allen, riscopre la propria città e fa progetti. Intanto ripensa al passato e si racconta sul filo dell'ironia

di Laura Cocozza
 
Ha sempre giocato a fare il Woody Allen alla napoletana, un po’ perché gli assomiglia e un po’ perché “Provaci ancora Sam” è stato il film cult della sua vita, quello che gli ha fatto venire voglia di fare il comico.
52 anni, capelli perennemente arruffati, occhialini e un sorriso ironico stampato in faccia, Lucio Caizzi è cabarettista, autore e attore di teatro, cinema e tv. In scena porta sempre qualcosa di rosso per scaramanzia e tra un ingaggio e l’altro ama viaggiare, («al posto del curriculum mostrerei il passaporto»). In valigia porta con sè libri di La Capria e i Taccuini di viaggio di Moravia. Ama Flaiano e i registi della Nouvelle vague, Truffaut, Rohmer, ma anche Lelouche e Kieslowski. Esordisce in Rai con la sua ironia riflessiva e tagliente nel 1986 con 15 milioni di ascoltatori, dopo aver vinto il concorso per talenti voluto da Pippo Baudo per Fantastico 7, («Fiorello invece fu bocciato, lo racconta sempre»), poi incontra Carlo Conti che diventerà un suo grande amico («Carlo è uno serio, preciso, uno dei pochi nel mondo dello spettacolo che se dice una cosa poi la fa»). A dicembre scorso ha terminato le repliche dello spettacolo teatrale per la regia di Conti “Noi che gli anni migliori”, una commedia musicale che ora vorrebbe portare a Napoli. Per molti napoletani è soprattutto il volto di Gennarino, il simpatico custode di Villa Isabella nella fiction Capri. Un ruolo che stava per perdere perché il regista Oldoini, che pure era suo grande amico, non riusciva proprio a vederlo come padre di due figli.
«Non hai l’aria giusta - mi diceva -. Io insistevo dicendo che era perché mi conosceva nella vita reale ma invece quel ruolo io potevo farlo. Poi entrò sua moglie e disse “Ma perché no, io Lucio lo vedo a fare il padre” e solo allora lui si convinse».
Dopo 26 anni trascorsi a Roma ha deciso di tornare a vivere a Napoli. Come mai?
«Ho fatto un sogno, in cui nuotavo a via Margutta e nuotando dicevo: che bello qui c’è il mare, ma non diciamolo sennò poi vengono tutti. Ho capito che mi mancava il mare».
Come ha vissuto la capitale?
Per me era la città dei sogni, quella descritta da Flaiano nei suoi scritti: i bar Rosati e Canò, la fiaschetteria Da Cesare, il bar della Pace, dove, dopo qualche aperitivo tutti ti dicevano domani faremo un film insieme e poi l’indomani l’avevano dimenticato.... Allora non c’era ancora Facebook e ci si vedeva nei locali, all’hotel La Concordia dove ogni giovedì si faceva cinema. Lì conobbi uno degli sceneggiatori della Casa del sorriso di Marco Ferreri, che scrisse una parte apposta per me. Anche se ero solo tra i comprimari, dicevo una frase chiave e per questo uscivo sempre nel trailer. Quando il film vinse l’Orso d’oro a Berlino Moretti mi fece i complimenti».
Le mancherà la vita romana?
No, perché non ci sono più i rapporti di una volta. Roma ha perso la socialità. Prima c’erano feste bellissime come quelle a casa di Gianni Minà dove partecipavano Gigi Proietti, Gino Paoli, Massimo Troisi. Non può più capitare di andare ospite a casa sua, risultargli simpatico, partecipare alla sua trasmissione e poi andare a Cuba con lui e conoscere Fidel Castro e Gabriel Garcia Marquez. Era l’88 e avevo 28 anni e mi trovai a dire: piacere Lucio, piacere Fidel.
Sono cambiate le modalità di ingaggio?
Molto. Non esistono più i funzionari che vanno a teatro alla ricerca di talenti ma comandano le multinazionali e gli impresari forti, come Lucio Presta. Non esiste più il caso. Prima potevi ottenere una parte invitando qualcuno a vederti a teatro. Di solito andava così: parlavi per un mese con la segretaria, a furia di telefonate ne diventavi amico e finalmente lei ti fissava l’appuntamento col capo. Insomma, contava molto il lato umano.
A parte Woody Allen, cos’è che l’ha spinta a fare spettacolo?
Studiavo al liceo linguistico, che avevo scelto perché c’erano tutte donne e non c’era la matematica. In classe eravamo solo cinque maschi e gli altri quattro avevano creato una band di musica di canto popolare. Si chiamava Napoli contro (che poi io non ho mai capito contro chi). Per non sentirmi escluso, non sapendo suonare, decisi di fare il presentatore. Anche perché avevo un precedente come banditore d’asta.
In che senso?
I miei avevano una galleria d’arte e d’estate a Milano Marittima, li aiutavo. Solo che facevo battute, raccontavo aneddoti e l’ultimo pensiero era vendere. Mi divertivo molto. Avevo una platea di 200 persone che protestò quando dissi che avrei smesso, dopo il successo di Fantastico.
Che rapporto ha col cinema?
Vado a cinema tutti i giorni, di pomeriggio, perché così sogno. Non saprei immaginare un giorno senza cinema. Entro così in empatia con i luoghi e i personaggi del film che quando esco mi sembra di esserci stato. Mi faccio anche condizionare per la cena: mangio le stesse cose che ho visto mangiare nel film. E se è triste piango in modo imbarazzante.
Qual è il suo autore teatrale preferito?
Sono innamorato di Eduardo. Lo preferisco anche a Totò perché credo che abbia scritto tutta la commedia umana. Per me è lo Shakespeare italiano.
E tra i moderni?
Mi piace Salemme, soprattutto quando lavora insieme a Buccirosso, Casagrande e Paone. Erano un bel gruppo, affiatato. Purtroppo i napoletani vogliono sempre fare da soli. Invece il gruppo è importante. Io ad esempio sto cercando una compagnia.
Ha già lavorato con altri comici?
A Roma, al teatro La Chanson che era anche mio, facevo sempre venire almeno un altro comico forte. Non sono mai stato geloso e sono pigro per cui mi piace lavorare con comici bravi, così devo faticare di meno.
Un ricordo di qualche attore con cui ha lavorato?
Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, insieme a Dino Verde, nel 1991 a Napoli. Durante le prove: erano divertentissimi perché litigavano continuamente per ogni battuta e assonanza, peggio che sulla scena.
Che ne pensa del successo di Benvenuti al Sud e di Siani?
Non so...Siani avrà messo una polverina addosso ai napoletani per farli andare al cinema..Siani in fin dei conti è ‘o guaglione simpatico che trovi dappertutto a Napoli, che fa battutine a raffica ma non ha mai un testo strutturato. Ogni tanto qualcuno pesca un biglietto della Lotteria e questa volta è toccato a Siani e a Bisio. Ma anche a Checco Zalone. Comunque è sempre un bene quando si riparla di Sud.
Qual è un comico che le piace, allora?
Verdone al cinema sicuramente. Fa persone e personaggi, non solo macchiette.
Quale personaggio le piacerebbe interpretare?
Vorrei fare l’angelo de Il cielo sopra Berlino, quello che ascolta dall’alto tutti i discorsi della gente. Che poi è quello che faccio sempre. Passo ore ad ascoltare le persone per strada, negli autobus, al bar. È dall’osservazione e dall’ascolto che traggo ispirazione.
Ora sta preparando qualcosa?
Uno spettacolo teatrale dal titolo “La serata più bella della mia vita”. Sarà in teatro l’anno prossimo a Roma e vorrei portarlo anche a Napoli. Un monologo in cui immagino che quella sera tra il pubblico ci sono tutti i miei vecchi amici che mi vengono a trovare. Canterò finalmente con il mio cantante preferito, Claudio Baglioni e ci saranno Carlo Conti e “lo spirito” di Paolantoni.
Una battuta che si porta dietro da sempre?
Sono due. La prima me la porto dietro da 25 anni ed è questa: Mia madre mi diceva sempre: Lucio lascia perdere quella ragazza, è stata con mezza Napoli. Ed io dicevo: ma perché io càpito sempre nell’altra metà?
E l’altra?
Dicono sempre che a Napoli prendono gli attori per la strada. Io mo’ abito al quinto piano, posso mai salire e scendere in continuazione?
Si dice che nel 2012 ci sarà la fine del mondo. Qual è l’ultima cosa che vorrebbe fare?
Dustin Hoffman dice che se avesse tutti i giorni il sesso, un oscar, un gelato e una pizza sarebbe un uomo felice. Io invece sesso, un’ora di mare e di sole, un film e una pizza. Farei queste cose, in ordine sparso.
 
 
 
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