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Coleman, black music antidiscarica
 
 
Il frontman degli Almamegretta presenta il nuovo cd "Black is beautiful", tra collaborazioni prestigiose e l'impegno nel sociale

di Roberto Basile
 
Dopo tre decenni in giro per i palcoscenici di tutt’Italia, Marcello Coleman, attuale frontman degli Almamegretta, ha ancora tante energie da spendere per “la sua gente”, con la quale comunica con semplicità e con il messaggio del ritmo in levare. Nell’attesa dell’uscita del prossimo album, abbiamo scambiato con lui quattro chiacchiere tra musica, impegno sociale e attualità.
Fai musica reggae da oramai trent’anni. Noti qualcosa di profondamente diverso nella scena attuale?
In questi anni sono cambiate molte cose, non c’è dubbio. E anche se probabilmente oggi c’è un numero maggiore di artisti che propongono il genere, posso dire che a mio parere l’originalità scarseggia. Così senti puntualmente gli stessi accordi, le stesse note. E poi per chi lo suona gli spazi sono sempre di meno, cosicché al nord o al sud gli esponenti “famosi” del reggae sono quelli che suonavano già venti anni fa. È forse anche vero che questo è un genere decisamente difficile da innovare.
A tal proposito, con quali ispirazioni e idee nascerà il tuo prossimo cd?
In “Black is beautiful”, questo il nome del mio prossimo lavoro, che conto di far uscire a settembre, cerco di racchiudere tutto quello che è “suono black”, appunto, in un percorso musicale in cui troveranno spazio soul, funk, reggae, spiritual, ma senza definizioni che mi vanno strette. Ma sarà anche, e soprattutto, un disco in cui sarà racchiuso il mio percorso umano e artistico, scritto in italiano, napoletano e inglese e ricco di featuring. Tra gli amici che hanno collaborato ci sono Bunna degli Africa Unite, Cesco degli Après La Classe, Capone e Bungtbangt e Francesco Di Bella dei 24Grana, che mi ha raccontato anche un simpatico aneddoto. Mi ha spiegato, infatti, che è anche grazie a me che si è avvicinato al reggae e che uno dei primi pezzi che ha composto con il suo gruppo di amici, ancora adolescenti, si chiamava proprio “Coleman”.
Spostandoci invece sull’attualità, da tempo sei impegnato in prima linea contro la realizzazione della discarica del Castagnaro, che potrebbe sorgere a Quarto, comune in cui abiti. Cosa ti ha spinto a schierarti in tal senso?
Vivo a Quarto da oramai venticinque anni, è questa la mia casa. Mi impegno perché penso che al mondo ci siano già troppe discariche umane per permettere che ne vengano aperte altre destinate ai rifiuti.
Quindi ci metto la faccia e la voce per dare il mio contributo alla causa. La mia musica è a disposizione di questa “battaglia”, per la quale ho scelto di impegnarmi concretamente. Anche per mio figlio e per tutti coloro che non vogliono vivere a due passi da una discarica.
Come valuti invece le possibilità e le occasioni che vengono offerte ai giovani campani?
Il problema è proprio quello delle prospettive. Senza opportunità il termine “giovani” oggi sembra quasi una parolaccia, una malattia. Si potrebbe fare tanto, tantissimo, visto il numero e la qualità delle energie messe in campo. Conosco giovani di tutte le province campane, in primis quella di Napoli, che hanno tanto da dire e meriterebbero risonanza maggiore.
E non parlo solo della musica, ma anche dell’arte, della pittura, della scultura. Di certo mancano le strutture, non le idee.
Da osservatore privilegiato, come ti sembra che sia vista Napoli al di fuori della Campania?
Purtroppo siamo ancora visti come “quelli dello stereotipo”. Massimo rispetto per “Funiculì funiculà”, per l’amor del cielo, ma cerchiamo di dimostrare che siamo capaci anche di altro. Ne abbiamo tutte le potenzialità.
 
 
 
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