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Fabrizio Gallichi: "L'urbanistica? ╚ all'etÓ della pietra"
 
 
Napoli e gli architetti: dopo Aldo Loris Rossi e Massimo e Riccardo Rosi, interviene Fabrizio Gallichi, urbanista, progettista e autore di numerosi parcheggi in Italia

di Alvaro Mirabelli
 
A Napoli, almeno legalmente, non si muove un mattone. E’ morte apparente o reale quella dell’edilizia?
Morte, paralisi: faccia lei. Ma è tutto reale. È dal ’70 che è tutto fermo: 40 anni in cui la politica urbanistica napoletana non ha mai colto le grandi trasformazioni sociali e quelle tecnologiche: la distruzione della grande industria, l’avvento dell’informatica e altro. Qui si fa urbanistica con un linguaggio così antiquato che l’unico parallelo possibile, attualmente, è quello con la Corea del Nord: che non è proprio il massimo dell’avanguardia. È come scrivere un libro in italiano, usando una grammatica babilonese.
Si spieghi.
Voglio dire che, per pianificare una qualunque trasformazione del territorio dalle nostre parti, si adottano criteri che andavano bene negli anni ’20, non oggi. Qui da noi sopravvive lo “zoning” (la “zonizzazione”), cioè la suddivisione del territorio in diverse porzioni: in altre parole la città concepita e divisa in compartimenti-stagno da governare come tali, separatamente l’uno dall’altro, senza progetti e senza coniugare urbanistica e architettura. Nel caso del Centro Storico, poi, si è fatto di peggio: sulla vecchia impostazione a frammenti della città, infatti, dal 1999 al 2004 si è innestata la Variante al vecchio Piano Regolatore (ndr. 1972) che ha parcellizzato ancora di più il territorio. La Variante, infatti, ha introdotto una classificazione tipologica in base alla quale, ad esempio, due fabbricati vicini sono disciplinati in modo diverso pur avendo gli abitanti le stesse esigenze: voglio dire che, a pochi metri di distanza, un palazzo ha trasformazioni e destinazioni diverse da quello accanto. Una vera perversione.
Con quali conseguenze?
Tragiche. Perché questa schizofrenia ha condotto alla proliferazione di una burocrazia che definire borbonica è un eufemismo. Tra le pieghe labirintiche di regole, misure, volumi, quadrature, grafici, coordinate catastali e Dio sa cos’altro, si è sviluppata una casta feudale di colletti bianchi e di mezze maniche che ha elevato il caos a sistema e la rigidità a strumento di potere. Risultato: davanti al cittadino c’è un muro senza responsabili che protegge uno strapotere invisibile e sfuggente. Alla faccia di ogni legge sulla trasparenza. Crocevia per antonomasia di questo teatro dell’assurdo è da sempre l’istituzione municipale perché una vera rivoluzione in materia Palazzo S. Giacomo non l’ha mai fatta. Evidentemente la conservazione conviene. Non si chiede un diritto, si supplica benevolenza. Non si ottiene un servizio, si subisce una sentenza.
Anche adesso?
Adesso il paradosso è ancora più vistoso. All’atto del suo insediamento il sindaco De Magistris inserì tra i cardini del suo mandato la questione legalità: un intento programmatico, rimasto lì come un bell’enunciato visto che non si è mai tradotto in concreta modalità d’azione. E così questo diabolico paravento burocratico è ancora lì a far danni gravi. Basta chiederlo ai cittadini, ridotti ad un semplice numero di protocollo. Aveva visto giusto un grande intellettuale come Piero Calamandrei quando diceva: «Nello stampo della legalità si può versare oro o piombo».
Così anche ora è il momento del piombo?
La città è ferma, gli strumenti urbanistici sono tarati implacabilmente sull’immobilismo, la falsa protezione ambientale pesata sul solo bilancino dell’ideologia detta i tempi del governo della città: più piombo di così. Altre città hanno innovato, non Napoli.Guardatevi attorno: con la paralisi dell’urbanistica il patrimonio architettonico casca a pezzi. Lo confermano alcune rare eccezioni; se, ad esempio, non fosse stato possibile attuare alcune modifiche d’uso, alcuni monumenti non sarebbero giunti fino a noi: come nel caso di tanti palazzi nobiliari, salvati perché la destinazione d’uso è stata trasformata in modo rispondente alla fase storica.
Il che ci porta allo sbandierato recupero del Centro Storico: ci sono in cassa 110 milioni. Che ne pensa?
Se credono di cavarsela con qualche restauro, torniamo alla strategia del rattoppo. Il sistema è un altro. Invece di tamponare, l’Istituzione deve coniugare i fondi a disposizione con agevolazioni procedurali a favore dei cittadini affinchè essi, liberamente, possano recuperare di propria iniziativa quell’enorme porzione del patrimonio storico-architettonico cittadino inutilizzato.
Allude a case e palazzi vuoti?
Certo: volumi edilizi non utilizzati, spesso abbandonati e fatiscenti. È puro buonsenso e i vantaggi sono evidenti. Primo: non servono nuove aree da cementificare. Secondo: si innesca un ripopolamento del Centro Storico. Terzo: recupero e ripopolamento hanno una ricaduta virtuosa sulle infrastrutture pubbliche. Ma proprio sul Centro Storico, le racconto una follia burocratica. In Italia il termine entro cui le trasformazioni attuate negli immobili devono essere accompagnate da un permesso comunale, è stabilito dal 1967 in poi (anche se la prima legge urbanistica è un po’ più vecchia): a Napoli, invece, una disposizione comunale arretra questo termine al 1935. Risultato: chiunque ha comprato una casa dal ‘67 in poi, senza chiedere tutta la documentazione precedente (spesso introvabile), si trova nell’impossibilità di trasformare/manutenere il proprio immobile in modo legittimo. Dov’è la legalità in tutto ciò?
Architetto, ci saranno pure sacche feudali, ma il nuovo Piano Regolatore, quello che doveva ridisegnare la città, è del 2004: è già qualcosa.
Fumo negli occhi. Se verifichiamo gli effetti pratici della nuova normativa urbanistica sul territorio dal 2004 a oggi, cioè 9 anni, scopriamo che i risultati tangibili sono vicini allo zero. Se ci divertiamo a mettere in rapporto questi minimi effetti con il numero dei napoletani (circa 1 milione), è come se in un Comune di 15mila abitanti in 9 anni si fosse sostituito solo un cancello. Insomma: trasformazioni percepite? Nessuna.
A proposito di trasformazioni: contro le 2 maxiZtl c’è una mezza rivolta. Perché?
La mobilità è come l’urbanistica: esige pianificazione in rapporto agli obiettivi. Di questo nelle 2 zone a traffico limitato non c’è traccia. In una città compressa tra mare e collina, bisognava individuare percorsi di traffico tutt’intorno e fare parcheggi. Invece così, calate dall’alto, le Ztl si rivelano per quello che sono: puro esercizio di potere.
 
 
28 maggio 2012
 
 
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