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Elzeviri del '900: Pettinature e contesse
 
 
Il pettine è la bacchetta magica del vostro destino. La storia s'impara più dai parrucchieri che dai bibliotecari

di Diego Calcagno*
 
Abitavo, ragazzo, a Napoli, in un palazzo dove aveva abitato Murat. Il portiere (anzi, come si diceva, il guardaportone) si chiamava don Giovanni Capozzi, aveva la mazzarella col fiocco, il palamidone, anche d’estate, e il berretto gallonato; sua moglie, non si sa perché, veniva chiamata madama Lattughella, e nella guardiola c’era un magnifico pappagallo verde. Ogni volta che qualcuno saliva lo scalone di marmo, don Giovanni, suonava la campanella. Una, erano visite per mia madre. Due, era gente che andava al secondo piano, dalla contessa. E il cortile vanvitelliano echeggiava, sempre, dello scalpitio dei cavalli «da rimessa», guidati dai cocchieri con i gambali di celluloide bianca. La contessa del secondo piano, la contessa Quaranta, era quella che riceveva più visite. Quelle sì, che erano contesse felici. A loro non succedeva mai nulla.
Le contesse del tempo mio (poiché mi sento ormai un sopravvissuto, uno straniero che passeggia in un tempo abitato da gente diversa da lui, da gente che parla un’altra lingua e fa ragionamenti che a lui sembrano ragionamenti di pazzi), le contesse del tempo mio, dicevo, erano tranquille, serie, dolci, vestite di nero o al massimo blu. Erano le amiche di mia madre. Erano quasi tutte come la contessa del secondo piano, nella cui vita la cosa più emozionante era la messa domenicale di Santa Caterina a Chiaia. Guardate invece quante cose capitano alle contesse di oggi. Non dico che nel passato, dalla contessa Tiepolo alla contessa Trigona, non ve ne sia stata qualcuna che abbia fatto parlare di sé. Ma in questi tempi mi pare che si esageri. Che cosa è mai questa scarogna che perseguita le contesse? Vi dico la verità. Io voglio bene alle contesse. Le vorrei tutte tranquille, buone, felici. Alla contessa che abita sopra di me, al tempo mio, non hanno mai dato il più piccolo dolore. Vorrei che le contesse ridiventassero tutte solenni, silenziose e serene come quelle che erano amiche di mia madre e andavano alla messa di Santa Caterina a Chiaia.
 
* * *
 
La potenza dei capelli femminili, dal tempo di Maria Maddalena che li sciolse dinanzi a Gesù, è proprio illimitata. La storia del mondo è legata dai capelli delle donne come da perfidi fili. Si può affermare che tutto si compia proprio per un capello. Volevo insomma dire che la storia s’impara più dai parrucchieri che dai bibliotecari. Il mondo non è andato avanti ad epoche, ma a pettinature. Ogni pettinatura è una stagione di quel pazzesco, immenso paese che si chiama Amore. La civiltà, in fondo, non fa che pettinarsi. Appena ci appare una donna il nostro sguardo ha un immediato bisogno di scendere, e va ai piedi di lei. Poi ha un immediato bisogno di elevarsi, e va sulla testa.
Insomma, il pettine è la bacchetta magica del vostro destino. Dalle arcane pettinature etrusche alle complicazioni del 1700 dove le capigliature prendevano le immensità e le difficoltà di una fortificazione, con le torri e i ponti elevatoi, o di un parco cardinalizio nel quale non mancavano nemmeno i nidi con gli uccelli veri, sopra le teste delle donne, molto più che dentro di esse, sono passate tutte le follie. E presto arriveremo ai capelli fosforescenti. Ogni donna ormai l’ha capito. Il fuoco si accende, nel cuore di un uomo, per un ricciolo solo. E per un solo ricciolo si può spegnere. Vi racconterò, infine, una cosa terribile. Una signora, mal consigliata, poveretta, ha cambiato la sua pettinatura, quella per la quale aveva conquistato il suo uomo. Tornata a casa, l’uomo è impallidito. Come se tutto fosse spento, per sempre, in un disperato buio. A poco a poco, l’uomo, disfatto, ha cercato di innamorarsi d’un’altra. E vi stava per riuscire quando la donna, che aveva cambiato pettinatura e non si era accorta che perciò l’amore era finito, è impazzita di gelosia. Impazzita, dico. Ognuna dunque prima di cambiare pettinatura, rifletta a lungo poiché sta per compiere qualcosa di fatale.
 
*Elzeviri tratti dal libro «Tempo di Valzer (Edizioni Il Tempo, 1950) del giornalista e scrittore D.Calcagno.
 
 
28 maggio 2012
 
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