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Aziende a sbarre, il lavoro rende etici
 
 
Dal caffè "Lazzarelle" prodotto dalle detenute di Pozzuoli ai manufatti in ceramica dei ragazzi di Nisida. Storie di economia virtuosa

di Armando Yari Siporso
 
Bere un caffé può essere un gesto solidale? Assolutamente sì, se quel caffè è stato prodotto dalle detenute di un carcere femminile. Così come fare una festa può essere un atto filantropico, se si sceglie per il proprio catering una cooperativa che si impegna a favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di ragazzi Down.
E persino sposarsi può rappresentare un’occasione per fare del bene al proprio prossimo se si sceglie per le proprie bomboniere i manufatti in ceramica realizzati dai giovani detenuti di un Istituto Penale minorile. E ancora molti altri sono i gesti più o meno quotidiani che potrebbero comportare del bene per il prossimo, senza causare discapito alcuno al proprio tenore di vita.
Esiste infatti un “mercato buono”, fatto di aziende, cooperative e fondazioni che incentrano la propria attività sulle vite delle persone piuttosto che sulla logica del mero profitto. Un’economia solidale in cui il prodotto non è solo uno strumento di arricchimento, ma soprattutto il risultato di un complesso percorso personale e sociale.
 
La bevanda delle detenute. Un risultato quantitativamente e qualitativamente spesso non inferiore a quello dell’economia tradizionale. Il “Caffè Lazzarelle”, ad esempio, prodotto e lavorato artigianalmente dalle detenute della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli nella piccola torrefazione dell’istituto è buono davvero, e ogni tazzina porta con sé oltre che la miscela di due diversi tipi di caffè proveniente da cinque diversi paesi del mondo, anche il tentativo della creazione di nuova imprenditoria e lavoro autonomo femminile, con una particolare attenzione al reinserimento dei soggetti più deboli.
 
Le ceramiche di Nisida. Stesso concetto che porta avanti nell’Istituto Penale Minorile di Nisida la Fondazione ONLUS “Il meglio di te” che, riattivando nel 2011 i laboratori del carcere e dotando la struttura di corsi tenuti da maestre di ceramica e arti presepiali, ha dato vita ad una attività non lucrativa che impegna i ragazzi nella produzione di manufatti di livello artistico non certo inferiore a quello di produzioni industriali più famose. Sceglierli come bomboniere, magari a fronte di una donazione alla ONLUS, può significare dare un valore ulteriore al giorno delle proprie nozze.
 
Banchetti “speciali”. Così come si può scegliere per il proprio banchetto la cooperativa sociale “Zenzero”, i suoi soci sono per la maggior parte ragazzi con sindrome di Down che hanno conseguito il titolo di “Commis di cucina”, grazie al quale offrono a chi li contatta catering all’altezza di ogni evento. Essi realizzano così, attraverso il loro accesso al mercato del lavoro, la possibilità di vedersi riconoscere una propria identità, migliorando la propria qualità di vita e promuovendo in prima persona processi di cambiamento culturale capaci di modificare gli atteggiamenti sociali svalutanti nei confronti di questa forma di disabilità. Altra forma di impresa solidale è caratterizzata dalle cooperative di consumatori che si uniscono per loro stessi. Per risparmiare, per essere certi della qualità dei prodotti che acquistano o per garantire l’ecosostenibilità del proprio consumo.
 
Consumo sostenibile. C’è chi opta per una alimentazione a “kilometro zero” e inizia una dieta eticamente corretta privilegiando, per i propri acquisti alimentari, cooperative come “Terre Nostre” che promuove esclusivamente l’acquisto, anche collettivo, di prodotti locali di qualità, realizzati con tecniche a ridotto impatto ambientale e distribuiti da produttori che non sfruttino il lavoro nero, selezionati direttamente dai soci. E c’è chi finisce per preferire per il proprio shopping negozi come “Terramia” che nel suo “store” di Mergellina, in via Giordano Bruno, propone in vendita al dettaglio esclusivamente prodotti biologici e biodinamici naturali e di qualità, ottenuti nel rispetto delle persone e dell'ambiente, con una particolare attenzione allo sviluppo ecosostenibile. Questi esempi di scelte che non stravolgono la vita del consumatore, ma che aiutano a migliorare quella di persone che versano in stato di bisogno o a tutelare le proprie risorse o quelle del nostro pianeta, stanno generando al tempo stesso una nuova occupazione e una vera e propria “economia sociale”, fondata su una tipologia di impresa che, al di la della sua peculiarità benefica, conta ormai in Italia 14mila unità imprenditoriali e 317mila addetti per un giro d’affari di quasi nove miliardi di euro. Un vero e proprio “indotto solidale” che fino a qualche anno fa pareva non risentire nemmeno della crisi economica, essendo estraneo alle dinamiche tipiche delle economie prettamente consumistiche, che ha portato a definire “anticicliche” le aziende di questo comparto.
 
Cooperative in crescita. Se è vero infatti che stando agli ultimi dati dell'Osservatorio “Isnet” dal 2007 al 2011 la quota di organizzazioni e cooperative sociali in difficoltà è aumentata del 24%, è pur vero che il 25 % di queste si dichiara, ancora oggi in un periodo di crisi mondiale, incredibilmente in crescita. E, a ben leggere i dati della rilevazione del 2011 di Iris Network e Unioncamere su un diverso campione di imprese sociali (cooperative sociali e altri soggetti no profit), a fare la differenza tra successo e insuccesso in questo settore pare essere proprio la modalità di impresa sociale. Pare infatti che a subire la crisi in questo settore sia quella parte di imprese che abbia deciso di evolversi giungendo ad operare in settori diversi dai tradizionali servizi sanitari e socio-assistenziali e che siano proprio questi imprenditori che hanno abbandonato la propria vocazione prettamente solidaristica per puntare su una produzione più vicina a quella tradizionale a sentire gli effetti della crisi.
 
La buona economia. D’altra parte aiutare il prossimo, grazie a strumenti come il “5per1000” da devolvere alle Organizzazioni non lucrative o attraverso il tempo da offrire come opera di volontariato alle cooperative ed alle associazioni benefiche, non comporta alcun costo, ed anche l’acquisto di beni e “prodotti solidali” spesso non costa più di quanto si spenderebbe per beni di marca su cui incide il prezzo del marketing più di quanto possa incidere sui prodotti solidali quello dovuto al sostentamento della attività filantropica. Che l’economia buona sia anche una buona economia?
 
26 giugno 2012
 
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