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Quelle Arcadie gentili di De Francesco
 
 
Le tele di Aldo De Francesco, figurativo fedele alla tradizione, in mostra al ristorante Umberto

di Alvaro Mirabelli
 
È da tempo che Aldo De Francesco, decano del giornalismo napoletano, ha rivelato al pubblico il suo secondo talento, dimostrando di avere le carte in regola anche quando manovra tele e pennelli. L’occasione per toccare con mano gli esiti brillanti del suo estro creativo è la corposa esposizione di opere nei locali del Ristorante Umberto in via Alabardieri, ancora una volta riciclato in suggestiva e garbata location di eventi culturali. La mostra, destinata a durare fino a luglio inoltrato, conferma la cifra esuberante e giocosa dei lavori di un pittore autodidatta eppure intensamente educato al magistero della scuola napoletana: fortunatamente immune insomma da ambiguità concettuali, ostinatamente fedele invece ai moduli espressivi della tradizione figurativa locale.
I precedenti formali cui si riallaccia l’autore sono, infatti, quelli consolidati e sempreverdi del paesaggismo e del ritrattismo napoletano e meridionale. Rutilanti e colorite marine, da quelle della baia di Napoli a quelle della costiera, piccole, deliziose arcadie contadine sospese tra sogno e realtà, lo sberleffo di Pulcinella, oppure i volti celebri della città ricomposti in un singolare gruppo di famiglia: De Francesco mette d’accordo la rigorosa dottrina del segno col fervore affettivo dei sentimenti, obbedendo ad un unico asse prospettico, quello poetico.
Contenuti gentili, quindi, declinati con garbo e passione, che restituiscono allo sguardo una pittura di genere, mai però manieristica o convenzionale, legata con ovvia evidenza alla lezione dei grandi: trasparente il riferimento, deferente e disciplinato, a maestri del calibro di Attilio Pratella o Rubens Santoro, per arrivare progressivamente alla classe cromatica o al brio disegnativo di un Luigi Crisconio o di un Eugenio Viti.
Annidato tra le pieghe di una discrezione sottile, allora, il pennello di De Francesco attinge ad un vocabolario formale, tarato sulla godibilità immediata dell’immagine: merce rara nello scenario paranoico e allucinatorio di certo linguaggio delle avanguardie contemporanee, consegnate alla storia dell’arte solo in virtù di una sconcertante ambiguità visiva o della ricerca dell’effetto scioccante fine a sé stesso. Così tra i meriti della mostra c’è quello di restituire allo spettatore il senso degli equilibri, la misura delle distanze e delle proporzioni, salvaguardando in tal modo un valore troppo spesso oltraggiato: il rispetto dell’osservatore e in fin dei conti della vera pittura che, come osservavano giganti del calibro di Vasari o Van Gogh, ha un’unica missione, quella della bellezza consolatoria.

(Nella foto: da destra Aldo De Francesco con Massimo di Porzio titolare del ristorante Unberto, che ha ospitato la mostra, e lo scrittore Vittorio Paliotti)
 
 
 
03 luglio 2012
 
 
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