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Ragazzi fuori
 
 
Case-famiglia: è crac. Chiude la Pronta Accoglienza. Il Comune non paga da 30 mesi. Minori a rischio smistati in tutta la Campania

di Oscar Medina
 
Non le manda a dire Cesare Romano (nella foto), presidente della Federazione SAM (Servizi residenziali di accoglienza ai minori) e socio dell’Associazione Itaca, anch’essa federata SAM: «Il Comune di Napoli sta procedendo di fatto allo smantellamento della rete di strutture che accolgono i cosiddetti “minori fuori famiglia”».
L’indignazione a stento filtrata dai modi educati, Romano intende denunciare il dramma silenzioso vissuto dalle case-famiglia a Napoli e in Campania: «Gli istituti che ospitano i minori abbandonati, in Campania sono circa 400. Un centinaio di questi centri è concentrato nella Federazione SAM. I minori napoletani accolti nelle case-famiglia sono circa 400 all’anno. Ma tutto ciò ormai è sul punto di scomparire». Romano non si dà pace: il fatto è che Palazzo San Giacomo non paga gli istituti da 2 anni e mezzo e il credito vantato dai centri veleggia intorno ai 70 milioni di euro: « E così è impossibile resistere. Se l’insolvenza dell’amministrazione Iervolino nei nostri confronti si era fermata a 22 mesi di arretrati, un anno di “governo De Magistris” - insiste il presidente - ha alzato la quota a 30 mesi. Insomma, toccato il fondo, si è cominciato a scavare». Un vero paradosso, a dar retta a Romano, se si considera che una delle priorità del sindaco arancione è la tutela dei deboli, e che l’assistenza agli svantaggiati è, in ogni caso, linea guida primaria di ogni Comune che si rispetti. E non solo: «La gravità del quadro è persino peggiorata: non contento di essere titolare di un debito da 70 milioni di euro, destinati alle rette di mantenimento dei ragazzi, - incalza Romano - il Comune, nel bilancio 2012, ha assestato un ulteriore taglio di 6 milioni ai fondi destinati al settore». Risultato: molte case-famiglia, travolte dai conti in rosso, sono costrette a chiudere. Tanto peggio per loro e tanto peggio per gli ex ragazzi allo sbando ai quali le strutture offrono a proprie spese tetto, pasti e qualche attività formativa, cioè il minimo sindacale, ma garantito, di dignità. «Ci battiamo per i nostri ragazzi con le unghie e coi denti ma siamo con le spalle al muro. Come tiriamo avanti da 30 mesi? Indebitandoci con tutti: dai fornitori alle banche, al personale. E onestamente è difficile digerire quella sforbiciata alle risorse per le case-famiglia: di solito si tagliano i servizi non essenziali e non quelli dedicati alla protezione dei minori, che è un diritto costituzionale non negoziabile. Forse - si interroga l’operatore - l’intento dell’Amministrazione è quello di drenare risorse a favore di altre iniziative: nel bilancio comunale, ad esempio, è spuntato un non meglio identificato “Progetto di Mobilità Sociale”, finanziato con ben 7.200.000 euro. Dunque si investe ma senza pagare i debiti: mi auguro che il Comune vorrà chiarire l‘arcano». In questa contorta storia di debiti e di minori, però, di contributi alla chiarezza la sponda pubblica non ne sta offrendo molti. Con altre gravi conseguenze: «A causa dell’insolvenza comunale, dopo 12 anni di lavoro,- spiega Romano -l’associazione Itaca è costretta a chiudere il Centro di Pronta Accoglienza comunale che è una sorta di pronto soccorso dell’accoglienza: lì, fino a ieri, si,riceveva il minore sbandato nelle fasi iniziali, poi i Servizi Sociali del Comune lo smistavano altrove. Si tratta di un servizio dovuto per legge che Palazzo San Giacomo ha quasi sempre affidato a Itaca senza contratti né convenzioni, e che è stato gestito dall’associazione in virtù di una prassi consolidata, che poi è lo stesso sistema aleatorio che regola il rapporto tra il Comune stesso e le 400 case-famiglia della Campania. Alla chiusura del Centro siamo stati costretti: dapprima il Comune non ha più voluto riconoscere la vecchia retta praticata finora (180 euro al giorno per minore), proprio appigliandosi al fatto che non esiste una convenzione scritta: ha manovrato cioè l’indeterrminatezza come una leva. Poi ha proposto il ridimensionamento della retta procapite a 138 euro. E così, addio Centro, che lo ripeto, è comunale». La decisione è di quelle prese con la pistola alla tempia: Romano ci tiene a dirlo perché pensa soprattutto ai minori alla deriva. «A Napoli le case-famiglia non sono più in grado di accogliere nessuno: sicchè i ragazzi sono indirizzati dal Comune in tutta la Regione. Pratica che - chiarisce lui - contravviene al principio della territorialità: vale a dire che il ragazzo ha il sacrosanto diritto di stare nella sua città ma di fatto è trattato come un pacco postale» Intanto, una scelta dettata dall’esasperazione è stata quella adottata dalle Federazione delle case-famiglia di far causa al Comune per la restituzione del credito: «E nel frattempo - conclude Romano - abbiamo anche attivato la messa in mora nei confronti del Municipio per quanto riguarda gli interessi relativi alle somme che ci spettano».
 
Il sindaco pinocchio
Un anno fa De Magistris aveva le idee chiare sui ragazzi difficili. «Il mio obiettivo è aumentare la spesa sociale del Comune che è di 100 euro inferiore alla media nazionale. Intendo migliorare il sostegno alla genitorialità vulnerabile estendendo la sperimentazione dell’adozione sociale e dell’educativa domiciliare. Intendo sottoscrivere un vero e proprio “Patto formativo interistituzionale” tra Comune, Scuola e Asl per l’educazione critica degli adolescenti. Ci sarà il massimo impegno del sindaco sulla Sanità e sui “Piani sociali di zona”, declinati per Municipalità»*. Un anno dopo taglia i fondi alle case-famiglia.
*(Dal programma elettorale 2011 di Luigi De Magistris)
 
 
 
26 luglio 2012
 
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