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Comune, la zavorra delle Partecipate
 
 
EMERGENZA BILANCIO

Comune, la zavorra delle Partecipate

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
di Pino Fermento
 

Stanno suscitando scalpore, i documenti contabili più o meno segretati, che l’ex assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Riccardo Realfonzo, sta rendendo noti in questi giorni attraverso la stampa. Perché proprio adesso è resa nota la reale situazione delle casse comunali? Adesso che le visite degli ispettori della Corte dei Conti e della Guardia di Finanza avvengono con sempre maggiore frequenza negli uffici di Palazzo San Giacomo, è facile tirarsi fuori. Ma il professore sannita c’era eccome, sia con la giunta Iervolino, sia nel primo anno di attività del cosiddetto innovatore de Magistris. Ed in entrambe le giunte, è stato silurato, non si è dimesso. Ai lettori più attenti, è apparso chiaro che la pubblicazione dei documenti riservati, è un tentativo maldestro di proclamarsi innocente prima di qualche contestazione formale. Per chi non ha competenza nel campo, la contabilità di un Ente pubblico, in questo caso il nostro Comune, è quanto di più illogico possa essere. Soprattutto è incomprensibile come tutti i comuni italiani si mantengano senza soldi contanti e i propri bilanci sono soltanto virtuali. Non è questa la sede per una lezione di economia, però occorre approfondire alcuni dati resi noti da Realfonzo. Il nostro Comune per assolvere ai propri compiti, ha costituito delle società per azioni, che in maniera agile e rapida, potessero erogare quei servizi utili ai cittadini. Ecco allora costituita l’Asìa per lo smaltimento dei rifiuti, l’Anm per il trasporto pubblico su strada, e così via. Le aziende vengono gestite in autonomia attraverso un Cda nominato dal socio di maggioranza, cioè il Comune, ed a cui è legato da un contratto di servizio che definisce termini e corrispettivi delle erogazioni. Dando per buona la relazione del professore datata 4 luglio sulla “situazione finanziaria e contabile dell’ente” aggiornata al 31 dicembre dello scorso anno, il Comune è debitore nei confronti delle dodici aziende di cui è socio di maggioranza, di ben 910 milioni di euro, vale a dire di circa 180 miliardi delle vecchie lire. La cosa che più sorprende, è che il debito si è accumulato per il mancato pagamento della spesa corrente; che è come se nelle nostre case non pagassimo la luce, il gas e la pulizia delle scale, cioè tutte le spese che consentono una gestione ordinaria. Nel caso delle aziende partecipate, nella spesa corrente rientrano gli stipendi del personale e quelle per la manutenzione ordinaria degli uffici e delle attrezzature. è bene precisare che il costo del personale di un ente pubblico, incide sulla spesa corrente per una percentuale che in generale non è inferiore al 48%. Questo soltanto per il pagamento degli stipendi e il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. Nel caso delle aziende comunali, il costo delle risorse umane incide sui rispettivi bilanci, per una percentuale pari mediamente al 54, 97%, spaziando in una forbice che va dal 90,78 di Napoli Sociale, al 25% dell’Arin. Il maggior debito del Comune è nei confronti dell’Anm: 297 milioni di euro, a cui l’azienda ha sopperito, secondo l’ex assessore, indebitandosi per 76 milioni con le banche, per 44 milioni con i creditori, per 45 milioni con il fisco e per 5,8 milioni nei confronti dell’istituto di previdenza. Ma come è possibile accumulare un debito così ingente senza rischiare un’implosione del sistema? In un quadro economico del genere, è facile prevedere che senza il rispetto del contratto di servizio, Anm non avrebbe potuto pagare le polizze assicurative dei propri mezzi e comprare il gasolio per farli circolare. Era facile prevedere che senza finanziamenti, Asìa non avrebbe potuto pagare i dipendenti delle ditte private né avviare la raccolta differenziata. Senza contare che le aziende, essendosi rivolte al sistema creditizio ed al mercato, dovranno caricarsi anche del pagamento degli interessi e far fronte alle obbligazioni sottoscritte. Secondo il documento contabile reso noto da Realfonzo, il debito accumulato nei confronti delle partecipate, è derivato dalla difficoltà dell’Amministrazione comunale di riscuotere i propri crediti costituenti i cosiddetti residui attivi.

L’affermazione contiene un fondo di verità, ma il problema è che è stato costruito un sistema economico finanziario della cosa pubblica, puramente fittizio. In qualsiasi impresa commerciale, se non vi sono incassi, il risultato è la bancarotta; in un ente pubblico, così come lo Stato, i soldi sono soltanto numeri scritti su di un tabulato, mentre tutto il resto è “politica”, cioè arte della finzione, l’impossibile che si realizza, il tutto e il suo contrario. E i soldi da dove escono? Semplice: dalle anticipazioni di cassa del Tesoriere, autorizzato per legge ad anticipare, su semplice richiesta, una percentuale degli introiti futuri costituiti dai tributi locali e dai finanziamenti statali e regionali. Tuttavia questi rimedi andavano bene al tempo della Lira, quando per costruire il consenso, bastava aumentare il debito pubblico e svalutare di continuo la moneta ufficiale; i Comuni invece spendevano a maniche larghe, con la certezza che prima o poi c’era una sanatoria dei debiti accumulati. Con la moneta unica europea, ciò non è più pensabile perché le spese non possono mai superare le entrate, e le regole economiche vengono stabilite in sede di Unione Europea.

Aldilà delle sterili cifre, sorprende il modo come questi documenti sono stati resi pubblici e utilizzati come arma e corpo contundente. Nel contempo una domanda sorge spontanea: quando i debiti del Comune di Napoli aumentavano e i buchi di bilancio si trasformavano in voragini, Realfonzo che faceva?

22 ottobre 2012

 
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