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Centro Paradiso, dalla gloria al degrado
 
 
Rifiuti e tossicodipendenti hanno invaso l'ex complesso dei trionfi azzurri

di Roberto Basile
 

“Vi racconto com'era il Paradiso di Soccavo, il centro di allenamento del Napoli? Più simile a quello di una società argentina di seconda divisione che non a quello di un club europeo di prima: le pareti degli spogliatoi cadevano a pezzi, sembravano quelle di casa mia a Villa Fiorito; c'era una tettoia di lamiera per parcheggiare quattro macchine e il terreno del campo ti rompeva i tendini”. Così, nel libro biografico scritto all'inizio degli anni duemila, “Io sono El Diego”, il Pibe de oro descriveva il quartier generale della Società Sportiva Calcio Napoli. Non certamente una struttura all'avanguardia ma - cosa non trascurabile - la “casa” dei più importanti traguardi storici del club. Nel quartiere è praticamente un’istituzione: in molti, giovani e meno giovani, ricordano con dolcezza e una punta di commozione quei giorni in cui gli eroi azzurri percorrevano le strade di Soccavo a bordo delle loro auto, fino ad arrivare alle “sacre” domeniche in cui l'autobus che li trasportava faceva fatica a raggiungere il San Paolo a causa delle numerose testimonianze d'affetto che i napoletani, a piedi, in auto o a bordo di motorini, volevano tributare ad una squadra che gli stava regalando emozioni ancora oggi impresse nella memoria. A distanza di oltre 25 anni, tante cose sono cambiate. Dopo il fallimento della SSC Napoli, avvenuto nel 2004, il Centro Paradiso (abilmente riacquistato da Corrado Ferlaino nel 2000 per 4 miliardi delle vecchie lire da una Banca che ne aveva comprato la proprietà in un periodo di bilanci deficitari per gli azzurri e subito dopo rivenduto a Giorgio Corbelli per 12) è stato completamente abbandonato, dimenticato come quegli anni leggendari in cui il Napoli faceva tremare l'Italia calcistica. Dai portoncini semichiusi è possibile buttare un occhio per rendersi conto del destino di una struttura oramai preda del degrado. I rifiuti sono ovunque, tra le erbacce alte e la puzza di escrementi. C'è chi giura di notare troppo spesso il viavai di tossicodipendenti che hanno scelto il centro per “godere” della tranquillità e del riparo da occhi indiscreti e forze dell'ordine. Neanche i tombini sono stati risparmiati: il mercato del metallo non si ferma mai. Nel silenzio surreale di un pomeriggio di inizio settembre, è difficile non lasciarsi suggestionare dall’atmosfera di un luogo che per un tifoso partenopeo non può che essere diverso dagli altri. È qui che sono stati conquistati gli unici due scudetti azzurri, è su questo terreno, oramai inesistente, che Maradona e compagni si preparavano per regalare ad un'intera città il sogno di un riscatto atteso per 60 anni. Chiudendo gli occhi, sembra quasi di sentire il pallone rimbalzare, un argentino e un brasiliano scherzare tra di loro e un esperto difensore napoletano che da fratello maggiore ricorda ai compagni che una città intera ripone in loro tante, forse troppe speranze. Di tanto in tanto, un paio di ragazzini si affacciano nel tentativo di ristabilire la calma nello storico tempio partenopeo. Lanciano qualche grido e, spavaldi, intimano rispetto: “Uscite fuori, qua si allenava il Napoli, ve ne rendete conto?”.

17 Ottobre 2012

 
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