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Figuracce mondiali
 
 
di Livia Iannotta

Recupero del Centro Storico e Forum delle Culture: un flop e un bluff. Lo dicono i Comitati Civici. Sotto accusa finiscono la Regione, il Comune e perfino l’Unesco

Bidonati a ripetizione, demotivati, delusi: tra i napoletani, cornuti e mazziati da decenni di malapolitica, serpeggia soprattutto rassegnazione. Un passato prossimo di sprechi, un presente di debiti, un futuro immediato sull’orlo della bancarotta: la sensazione è che la città ormai digerisca tutto senza reagire.

Tra i pochi ad alzare la voce le associazioni dei cittadini. Adesso nel loro mirino ci sono due casi scottanti: il recupero del Centro Storico e il Forum delle Culture, con relativa scia di sospetti e perplessità sulla gestione approssimativa delle due vicende da parte di Regione e Comune. Sulla carta il restauro del centro antico della città e l’organizzazione della kermesse mondiale della cultura si presentavano come due opzioni sontuose in termini di risanamento urbanistico e di ritorno d’immagine. Poi il Palazzo, negli anni scorsi, ci ha messo le mani e le due operazioni, nate con ben altre ambizioni, hanno subito pesanti ridimensionamenti: storia di un doppio flop vissuto con la solita indifferenza dalla città se non fosse per le denunce dei comitati civici che ogni tanto rialzano la temperatura della mobilitazione sulle due questioni. Due storie così contorte che persino raccontarle risulta difficile: due piste alle quali Chiaia Magazine ha dedicato, negli ultimi anni, numerose inchieste ed alcune copertine. .

 
 

Centro Storico: dubbi sul recupero

Vicenda scellerata, tanto per cominciare, quella del Centro Storico, al centro di ipotesi di riqualificazione sin dal 1995: qui il degrado, dopo 17 anni di chiacchiere, è diventato cancrena. La macchina politico - istituzionale ha puntualmente affondato ogni sussulto progettuale, ogni spunto concreto, in un vortice di dibattiti, calcoli, veti, protocolli, cabine di regia, commissioni, proclami, obbedendo ad una logica consolidata: fregarsene dei risultati e puntare esclusivamente alla gestione, il più allargata possibile, delle risorse in campo. Un “sistema” da casta che anche nel caso del Centro Storico ha vanificato ogni volontà di rimonta: e del progetto alla fine sono rimasti gli avanzi.

Così, ora, l’unica certezza, che sta sbocciando sulla carcassa dei Decumani, è il protocollo d’intesa denominato «Grande Progetto - Centro Storico di Napoli/ Valorizazione del sito Unesco» firmato il 29 maggio scorso da Regione, Comune e Arcidiocesi: il documento ha attivato un investimento di 100 milioni di provenienza europea. Poco o molto? Poco, se si considera che, appena all’inizio del 2011, le risorse annunciate dalla Giunta Iervolino per rifare il look di Spaccanapoli e dintorni ammontavano a 220 milioni. Colpa dell’austerity inaugurata dopo l’era bassolinina, ingombrante ipoteca che ha costretto il presidente regionale Stefano Caldoro e il sindaco Luigi De Magistris ai salti mortali. Loro due, insomma, col passato non c’entrano: il loro problema, piuttosto, è un presente economicamente infame da gestire con le briciole restate in cassa e con un minimo di dignità. La domanda è: ce la faranno? La risposta è che è in crescita il partito degli scettici per i quali la coppia non brilla certo d’iniziativa. Tra i rimproveri più insistenti c’è l’abitudine delle due amministrazioni, quella regionale e quella comunale, ad associare il marchio Unesco al «Grande Progetto» appena varato: il dubbio è che non abbiano i titoli a farlo. 

 
Napoli e Unesco: fine del feeling

La verità, infatti, è che nel lontano ’95 la nota organizzazione mondiale ha conferito a Napoli il suo prezioso patrocinio, dichiarando la città greco-romana patrimonio dell’umanità, ma ha subordinato il mantenimento del privilegio alla redazione del Piano di Gestione, (cioè un documento urbanistico tarato rigorosamente sui criteri Unesco). Per non perdere il marchio e quindi prestigio internazionale, nel febbraio 2011, il Comune ha consegnato ai responsabili Unesco il documento richiesto. Il Piano, però, è rimasto lettera morta: «Non solo. - contesta Antonio Pariante, presidente del Comitato Portosalvo – Quel Piano non ha più nulla a che vedere con il modesto restyling del Centro Storico, firmato di recente da Caldoro e De Magistris. A questo punto l’Unesco non c’entra più». In altre parole, utilizzare il brand Unesco per promuovere un intervento definito da molti dilettantesco e maldestro, non è proprio il massimo della trasparenza. Ma quello che inchioda davvero i vertici istituzionali è la realtà nuda e cruda: l’attuale evidenza del Centro Storico è un vestito fetente da malanapoli, fuori da ogni controllo.

L’abbandono dell’intero quartiere, del resto, lo hanno toccato più volte con mano gli stessi ispettori Unesco, spediti in città per verificare lo stato dei luoghi e l’attendibilità delle amministrazioni, senza però adottare provvedimenti.

Una cosa è certa: per i Comitati la misura è ormai colma. Così i leader del dissenso, approfittando del Convgno Unesco organizzato in città il 16 novembre, hanno lanciato la madre di tutte le provocazioni, invitando l’Organizzazione a cancellare Napoli dalla Lista dei siti protetti: «Uno spaventoso degrado mortifica a colpi di graffiti e di vandalismi il Centro Storico, le strade, le piazze, le chiese, le fontane, i palazzi e i monumenti, mentre si attendono ancora i soldi promessi. Intanto il Comune, che ha ereditato precisi obblighi e doveri verso l’Unesco, non ha ancora avviato il Piano di Gestione, deliberato 2 anni fa».

 
Un clamoroso silenzio

Alla base del rifiuto del marchio, ci sono però anche altre ragioni, a cominciare dall’indulgenza della stessa Unesco nei confronti della politica locale. I Comitati, infatti, criticano «il clamoroso silenzio dell’Istituzione internazionale sul fallimento del Forum delle Culture (ndr. il marchio del Forum è di proprietà Unesco) in cui i napoletani speravano per un rilancio economico, sul furto di libri nella chiesa dei Girolamini, sullo sfratto della Biblioteca dell’Istituto degli Studi Filosofici». Quanto basta, insomma, per troncare le relazioni con l’Unesco e rinunciare al suo marchio.

 
Il Forum delle fregature

Non è un caso, del resto, che nel mirino dei cittadini ci sia finito anche il Forum delle Culture, da tempo scomparso in camera di rianimazione perché a corto di fondi. Sulla carta la manifestazione, evento planetario che si tiene nelle aree depresse del mondo per agire da volano economico e culturale, è programmato in città tra aprile e luglio 2013. Ma le incognite sono molte. Primo: il budget per organizzarlo, 15 milioni appena, è da fame e la programmazione è al palo. Uno scenario lontano dalle promesse del 2008 quando si parlava di 1 miliardo e 200 milioni di fondi e di 12mila occupati. Secondo: se i primi cantieri per il restyling del Centro Storico, che va reso presentabile in tempo per l’inizio del Forum, saranno aperti a gennaio, ad aprile 2013 (mese inaugurale della kermesse) i visitatori di mezzo mondo passeggeranno nei decumani tra ruspe, ponteggi, transenne e fracasso. E la figuraccia finirà in mondovisione.

Stessa figuraccia anche nell’ipotesi in cui cantieri non aprano e il Centro Storico resti com’è: in questo caso agli ospiti è garantito un tour indimenticabile nel terzomondo partenopeo.

Tanto vale allora, secondo i contestatori, visto che la situazione è fuori controllo, rinunciare anche al Forum. E così le figuracce passano a tre.

3 gennaio 2012
 
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