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L'anniversario civico / QUEL RUGGITO DEI 3000 DI CHIAIA
 

    

di ADRIANO PADULA

Cronicamente intellettuali e giornalisti, soprattutto quando il livello della qualità della vita in città tocca il fondo, invocano la “cosiddetta” società civile, rea di assistere muta all’agonia di Napoli. Bene, molti intellettuali e alcuni giornalisti dovrebbero, invece, documentarsi, lavorare d’archivio e addentrarsi nel mondo variegato dell’associazionismo civico, in cui c’è chi, da anni, dedica tempo e salute per l’arte nobile della protesta e della denuncia. Sorprende, purtroppo, la memoria corta che emerge dalle analisi di contorno alla nuda e infuocata cronaca di questi giorni. In molti casi, infatti, intellettuali e giornalisti descrivono l’attuale collera della società civile come frutto di un risveglio recente. Solo ora, insomma, si lascia intendere, commercianti, comitati e gente comune sarebbero emersi da un letargo di inerzia e di negligenza. Nulla di più sbagliato. 
Il 10 novembre scorso è ricorso il decennale della prima grande manifestazione di ribellione della società civile a Chiaia che vide oltre tremila persone raggrupparsi in piazza dei Martiri per marciare lungo le strade del centro. 
A organizzare la manifestazione furono i medici Paolo Santanelli e Giuseppe Marasco, e l’imprenditore Nino De Nicola, tre residenti che, sotto il vessillo della nascente associazione Chiaia per Napoli, decisero di sfidare l’allora sindaco Iervolino proprio in seguito al primo scioccante episodio di violenza notturna tra le strade del divertimento, con l’accoltellamento di un giovane a piazza San Pasquale. L’imprevista partecipazione di tante persone, provenienti anche dalle periferie (Ponticelli, Scampia e Chiaiano), ed il risalto mediatico che conquistò una protesta mai vista prima in quel quartiere considerato, fino a quel momento, il salotto “immobile” di Napoli - evento che divenne anche libro nel 2008 con il titolo “I 3000 di Chiaia” (Iuppiter Edizioni) - consentì ai tre ribelli di Chiaia di sedersi, giorni dopo, intorno a un tavolo con la Iervolino, presentando una serie di richieste, a loro avviso indispensabili per il ripristino della legalità nel territorio, tra cui un sistema innovativo di videosorveglianza, agenti in borghese fino a tarda ora per le vie della movida e controllo della regolarità delle attività commerciali notturne. 
A distanza di dieci anni cosa è cambiato? Niente, verrebbe da dire. Ma è una menzogna. Le cose sono cambiate, ma in peggio. Il sindaco è cambiato -  de Magistris governa già da sette anni -, ma la città indossa ancora con ostinatezza la maglia nera della vivibilità. L’associazionismo civico si è evoluto, grazie all’uso sempre più attento dei social, non abbandonando mai le barricate della protesta (su questo giornale abbiamo raccontato le tante battaglie di associazioni come, solo per citarne alcune, Progetto Napoli, CambiaMò, Cittadinanza Attiva, Associazione Portosalvo, Comitato per la quiete pubblica e la vivibilità cittadina, Comitato Corso Vittorio Emanuele).
Dopo dieci anni a non essere cambiate sono le idee (e le soluzioni) che i tre “rivoluzionari” dei “3000 di Chiaia” proponevano per risolvere, ad esempio, l’affaire movida, così attuale oggi in una città sempre più gomorra. 
«Purtroppo dal 2007, nonostante i tanti buoni propositi “arancioni” - sostiene con rabbia Paolo Santanelli - ampie zone della città sono sequestrate dal rumoroso popolo della notte, figlio di una movida senza regole e dai parcheggiatori abusivi, intenti in una continuata e costante estorsione, a danno di quei residenti che all’ultima ora rientrando a casa, cercano un parcheggio per la propria automobile. Ormai la movida per assenza di controlli è diventata un problema di pubblica sicurezza e lo Stato attraverso la Prefettura deve farsene carico. Le leggi ci sono, basta ricordare per esempio l’art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone) e l’art. 591 c.p. (Abbandono di minori) con le relative sanzioni, per comprendere che bisogna solo applicarle per interrompere in questa città un’assurda sospensione della democrazia e ripristinare finalmente la legalità».
Nino De Nicola ricorda, invece, che nel 2009, come presidente dell’associazione Nuove Botteghe dei Mille, propose il rafforzamento della sicurezza a Chiaia, e soprattutto nelle strade dei “baretti”, con l’istituzione dei “City Angels”, sentinelle volontarie del territorio che, in collaborazione con le forze dell’ordine, avrebbero dovuto sorvegliare le vie del centro. «Facemmo di tutto per portare anche a Napoli l’esperienza positiva dei City Angels, ma purtroppo - sottolinea con rammarico De Nicola - la nostra iniziativa naufragò per l’assenza di buon senso da parte delle istituzioni. L’economia dell’intrattenimento, in una città turistica e bella come Napoli va sempre sostenuta, ma è necessario muoversi nella legalità e proteggere la città dall’eccesso di violenza e dai nemici della bellezza. Ecco perché serve un piano di sicurezza specifico per la movida, con un coinvolgimento maggiore della Municipalità 1. E poi, tengo a dire che vanno costruiti parcheggi interratti, come avviene nelle altre città europee, che renderebbero il quartiere più vivibile e finalmente senza parcheggiatori abusivi».

Giuseppe Marasco ha il quadro della situazione chiaro: «Passano gli anni, ma Napoli è ferma alla preistoria. L’unica vera soluzione definitiva per governare la movida è quella di consentire l’accesso alla zona dei locali solo a piedi con ovvia deroga per i soli residenti e la mattina per il carico e scarico. Nelle altre città del mondo tutti devono fare i conti con la violenza e l’abuso di alcool, ma ovunque i pilastri del divertimento sono le zone completamente pedonalizzate e il rapido intervento delle forze dell’ordine. L’arrivo di delinquenti e spacciatori a Chiaia non può essere bloccato chiudendo i locali e facendo rimanere tutti a casa, ma impedendo a questa spazzatura di arrivare sotto i locali con auto e motorini». 
4 dicembre 2017 - chiaiamagazine

 
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